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DEPOPOLARE E DEINDUSTRIALIZZARE PER SALVARE IL CAPITALISMO GNOSTICO?

Prendendo spunto dall’articolo di Carlo Freccero “Per le élites non c’è posto per noi sulla terra”, ho ritenuto opportuno tentare di spiegare la natura e le dinamiche dell’odierno turbocapitalismo, per capire dove ci stanno spingendo e perché. Questa breve esposizione non vuole e non può essere esaustiva, limitandosi ad esaminare solo alcuni aspetti del fenomeno: la filosofia del capitalismo moderno, la sua visione del mondo (o Weltanschauung, come la chiamano i tedeschi) e il processo di accumulazione del capitale.

Uno dei libri che ultimamente mi ritrovo spesso a citare nei miei articoli è quello di Giuliano Di Bernardo “Il futuro di Homo Sapiens”. Non perché voglia fare pubblicità all’autore ma per il semplice motivo che in esso sono contenuti alcuni pensieri che riflettono perfettamente le politiche sanitarie odierne. In un certo senso, tali pensieri costituiscono il seme delle azioni intraprese, un seme cresciuto lentamente nell’oscura terra della gnosi. La gnosi è una tentazione, o meglio, la tentazione perenne dell’umano spirito di percorrere vie alternative a quelle divine. Essere dio senza Dio, cioè, il velleitario tentativo di usurparne il posto, cercando inutilmente di prevaricare l’invalicabile limite creaturale che ci attua. Ogni volta che incappiamo in un sistema incentrato sulla supremazia delle élite, che opera in modo segreto e antistorico, che disprezza il mondo materiale in cui è stato gettato – come anche le masse che lo popolano – e propugna un ritorno a mitiche origini divine, a un tutto indifferenziato, mediante un’illuminazione mistica, appannaggio dei soli illuminati o pneumatici, ci troviamo innanzi allo spirito della gnosi. Qui, solo i migliori si salvano, solo gli eletti si liberano dal peccato, compiendo il male per vincerlo e ritornando a essere ciò che erano, prima di essere gettati nella materia. Cioè, dio. Ad essi possono accompagnarsi alcuni tra gli psichici, cioè, di quelli che non essendo divini, possono, però, prestarsi ai disegni degli pneumatici (che si fanno tra l’altro chiamare “Annunaki”, in riferimento agli dèi mesopotamici). Poi, ci sono gli ilici, che costituiscono – al dire degli pneumatici – la stragrande maggioranza dell’umanità. Gli ilici sono i terreni, i materiali(sti), gli irredimibili, sconfinati abissi di impetuose passioni e d’ogni infimo vizio, traboccanti d’avidità, invidia, accidia, odio, cattiveria e ogni sorta di bestialità. Per costoro non ci può essere salvezza – appannaggio dei soli eletti – ma solo perdizione. Costoro non potranno mai conoscere la verità e per questo devono sottostare alle regole imposte dagli illuminati.

Il mondo delle idee si contende tra due roccaforti, due diversi paradigmi interpretativi della storia universale, che si fondano su due opposti giudizi sull’essere. Da una parte emerge il concetto di essere interpretato come partecipazione; dall’altra come caduta. Scegliere l’uno o l’altro cambia l’intera visione del mondo e della politica, in quanto le azioni dipendono dai giudizi, e questi si formulano in base ai propri principi filosofici. La natura della conoscenza scorre lungo un continuum tra il pensiero ortodosso e il pensiero gnostico, l’epistemologia (il rapporto tra l’osservatore e la realtà) è contesa in un incessante e logorante tiro alla fune. Quando insegnavo metodi di ricerca per il business, invitavo spesso i miei studenti alla lettura del testo di Colin Fisher, Researching and Writing a Dissertation: A Guidebook for Business Students, un libro eccezionale, che così sintetizza le differenze tra il paradigma ortodosso e quello gnostico (p. 16):

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Paradigma ortodossoParadigma gnostico
Esiste una verità oggettivaLa verità è soggettiva
La verità è semplice e trasparenteLa verità è nascosta
La verità è un insieme organico di conoscenzeLa verità si guadagna con la lotta personale
Conformità e obbedienzaSfida e diversità
Linguaggio trasparenteIl linguaggio è ambiguo

Se la verità è oggettiva, essa non potrà che essere il frutto della naturale convergenza di più processi conoscitivi che partono da diverse ipotesi iniziali. La trasparenza del linguaggio, la conformità e l’obbedienza al metodo scientifico fanno sì che un esperimento possa essere ripetuto ovunque da chiunque nelle medesime condizioni. Questo comporta che la scienza per essere tale deve essere democratica. Diversamente, un linguaggio ambiguo, la non conformità e l’inosservanza delle regole non permettono la convergenza, ma alimentano l’opinione, che tende sempre più a cristallizzarsi in una verità soggettiva che si scontra con le altre, fino al dominio di una su tutte le altre. È questa la via del dogmatismo, cioè, di una verità soggettiva imposta che va a coprire la verità oggettiva. La possibilità di passare da un approccio realista (approccio con cui cerchiamo di conoscere il mondo pur riconoscendo che questo sia influenzato dalla nostra soggettività) ad uno ermetico/esoterico (per cui la conoscenza è incerta e il suo legame con la realtà è nascosto) è sempre dietro l’angolo. Il rischio di oltrepassare il perimetro della scienza e scivolare nei meandri del dogmatismo scientifico è sempre imminente. Ciò detto, passiamo a Di Bernardo, che scrive:

I governanti cinesi hanno dimostrato che l’ideologia capitalistica della crescita economica può attecchire anche in un paese la cui forma di governo è dittatoriale. La conseguenza di ciò è che il trinomio <liberalismo-capitalismo-democrazia> viene infranto e la democrazia non appare più come l’unica forma di governo che lo sorregge. Il capitalismo è così svincolato dal trinomio e assurge a strumento che può essere usato in ogni forma di governo. Ciò significa che, anche se nel futuro il liberalismo e la democrazia cessassero di esistere, il capitalismo potrebbe sopravvivere loro. Si tratta di vedere, a quel punto, se il capitalismo sarà funzionale alla società globale. (p.15)

Il capitalismo deve sopravvivere ad ogni costo, anche al costo di abbattere quei sistemi liberal-democratici che lo hanno sostenuto e sostentato in tutti questi anni. Il capitalismo per sopravvivere ha bisogno di cambiare organismo ospite, allo stesso modo in cui la gnosi penetra ogni forma di pensiero contaminandola dall’interno. Ma perché il capitalismo dovrebbe abbandonare il sistema liberal-democratico, instaurare una dittatura mondiale e depopolare il pianeta per la propria sopravvivenza? La risposta ce la forniscono gli stessi modelli liberisti, fabbricati dalle superbe menti lineari che credono – illusoriamente – di poter controllare la realtà non lineare, molto più complessa dei loro astrusi pensieri. “Infermi onnipotenti” intenti a forgiar trappole analitiche al solo fine di dominare il mondo, prevedendone gli stati futuri in vista della massimizzazione del profitto. Parafrasando Edgar Morin, possiamo dire che l’obiettivo del grande Kapitale internazionale consiste nello scartare come epifenomenico tutto ciò che non rientra nel suo schema semplificatore. Se il mondo è complesso, tanto peggio per il mondo: lo semplifichiamo, riducendolo ai minimi termini. Standardizziamo le persone facendone degli anonimi consumatori, gli imponiamo degli algoritmi, restringiamo le loro libertà e condizioniamo la loro volontà, facendo loro credere di essere ancora liberi. Li depotenziamo socialmente e li potenziamo tecnologicamente, rendendoli degli automi. Ma non basta. Per ridurre la complessità è necessario rompere le relazioni, perché sono queste che rendono un sistema sociale superiore alla somma delle sue parti, e quindi un sistema complesso. Dati sette miliardi di individui, se li rendiamo tutti uguali, liquidi e asettici, avremo ridotto il numero di variabili nel sistema di equazioni, rendendo tutto più facile da prevedere e controllare ai fini della speculazione, che è il fattore determinante l’instabilità del capitalismo. Il processo di accumulo del capitale non deve mai venir meno e affinché questo sia possibile è necessario che la produzione non cresca troppo, a causa della produttività marginale decrescente del capitale. La legge dei rendimenti decrescenti, formulata originariamente da Ricardo, dice che al crescere di un input di produzione – fermi restando tutti gli altri fattori produttivi – la produzione aggiuntiva è meno che proporzionale.

Secondo la legge dei rendimenti decrescenti, intensificando un fattore produttivo a parità di altri fattori, la produzione aggiuntiva (marginale) cresce a ritmi meno che proporzionali. Se aumentiamo del 10% il lavoro, ad esempio, la crescita della produzione sarà dell’8%. Se poi aumentiamo ulteriormente del 10%, la crescita aggiuntiva sarà del 5%, e così via. Nel grafico, la produttività marginale (cioè, la variazione della quantità di prodotto rapportata all’incremento del fattore produttivo) è rappresentata dalla pendenza della retta tangente alla curva di produzione color arancio. Impiegando una quantità del fattore produttivo pari a f1 abbiamo una produzione P1 (punto A). In questo punto, la produttività è pari al rapporto P1/f1, che definisce la pendenza della tangente. Nel punto B, si è aumentato il fattore di produzione da f1 a f2, con un incremento di produzione da P1 a P2. La pendenza della tangente alla curva nel punto B è inferiore a quella della tangente in A. Ciò vuol dire che la produttività marginale in B [l’aumento di produzione da P1 a P2 in rapporto all’incremento del fattore produttivo da f1 a f2, cioè, (P2-P1)/(f2-f1)] è inferiore alla produttività marginale in A (P1/f1).

Questo spinge le imprese a farsi concorrenza tra di loro, eliminandosi a vicenda. Se infatti nel mondo ci fossero poche grandi imprese al posto di tante piccole imprese, i loro tassi di rendimento interno atteso (quello che Keynes chiamava l’efficienza marginale del capitale) sarebbero molto più alti. Questo perché il processo di accumulo del capitale che tende all’infinito si muove in un mondo finito. Già David Ricardo dimostrava che il saggio di profitto è uguale al rapporto tra produttività e salario meno l’unità. Ciò vuol dire che esiste una relazione inversa tra saggio di profitto e salario unitario. Finché la produttività supera il salario di sussistenza c’è profitto, ma con la crescita dei salari (dovuta ad una maggiore forza contrattuale indotta dall’accresciuta occupazione) il tasso di profitto tende a zero. Di qui la caduta del saggio di profitto, che può essere compensata dall’innovazione tecnologica e dalla contrazione salariale per mezzo della deflazione o di qualche lockdown.

In questo grafico si può vedere come l’introduzione di una nuova tecnologia aumenti la produttività a parità di altri fattori. La curva di produzione ruota verso l’alto rispetto al punto iniziale. Ciò vuol dire che per produrre la stessa quantità P1 adesso avrò bisogno di minore lavoro, in quanto è aumentata la produttività (la pendenza della retta tangente in B è superiore di quella in A).

Detto altrimenti, un aumento dell’offerta fa lievitare i costi di produzione e, saturando il mercato, riduce il prezzo di vendita e, di conseguenza, i ricavi, con forti ripercussioni sui profitti. La teoria economica insegna che in concorrenza monopolistica, se l’azienda decide la quantità da produrre, il prezzo lo fa il mercato, per cui la curva dei ricavi, dopo un certo livello di produzione, comincia a decrescere. In un’economia di mercato, i grandi oligopolisti non possono controllare e la quantità e il prezzo, a meno che i Governi non eroghino un salario universale di pura sussistenza e obblighino la popolazione a consumare dei prodotti al prezzo definito dalla case produttrici (e.g. farmaci). Ecco a cosa serve il Great Reset, ecco il motivo della quarta rivoluzione industriale, per cui l’uomo diventa un fattore di produzione ad alta tecnologia incorporata, un bene capitale hi-tech in serie limitata, costretto a consumare le carrube gettate dai tiranni che, nell’antichità, erano chiamati giganti. Ma questo è solo un obiettivo intermedio, che guarda verso quello finale, di carattere squisitamente metafisico.

Mentre leggi, forse, ti starai chiedendo cosa potresti fare in questo momento. Un suggerimento, anzi due: 1) Prendi coscienza del mondo intorno a te con spirito critico; 2) aiuta gli altri a fare lo stesso. Condividi questo articolo con almeno tre persone e vedrai già qualche piccolo cambiamento intorno a te.

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Armando Savini

Armando Savini è un economista, saggista, cultore di esegesi biblica e mistica ebraica. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in HR Management, si è occupato di scienza della complessità e delle sue applicazioni all’economia. Già cultore della materia in Politica economica presso la cattedra del Prof. Giovanni Somogyi alla Facoltà di Scienze Politiche de La Sapienza, è stato docente a contratto di storia economica, economia, HR management e metodi di ricerca per il business. Tra le sue ultime pubblicazioni: Sovranità, debito e moneta. Quello che dovresti sapere e non ti hanno mai detto (‎2021); Miti, storie e leggende. I misteri della Genesi dal caos a Babele (Diarkos 2020); Le due sindoni (Chirico, 2019); Il Messia nascosto. Profezie bibliche alla luce della tradizione ebraica e cristiana (Cantagalli-Chirico, 2019); Maria di Nazaret dalla Genesi a Fatima (Fontana di Siloe, 2017); Risurrezione. Un viaggio tra fede e scienza (Paoline, 2016); Dall’impresa-macchina all’impresa-persona. Ripensare l’azienda nell’era della complessità (Mondadori, 2009).

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