Economia

GLI STATI UNITI POSSONO DAVVERO FALLIRE?

Il Governo americano sarà dichiarato insolvente se non sarà più in grado di ripagare il suo debito

È notizia di pochissimi giorni fa, che il debito pubblico degli Stati Uniti potrebbe superare il punto di non ritorno (vedi “Stati Uniti sull’orlo del default”). Ciò vuol dire che il Governo americano sarà dichiarato insolvente, dal momento che non sarà più in grado di ripagare il suo debito, cioè, di convertire i titoli del debito pubblico in moneta, o come di cono gli americani, gli yellow dollars in green dollars. Oltre, infatti, un certo limite, il debito pubblico tende ad avvitarsi su se stesso e a crescere a ritmi esponenziali a fronte di una crescita del PIL reale molto più modesta o inesistente. Ma come è possibile che una Superpotenza mondiale come quella americana possa andare in bancarotta? Gli Stati sovrani possono davvero fallire? Che ne sarà del sistema monetario e finanziario così come lo conosciamo? Morirà Sansone insieme a tutti i filistei?

L’economista Abba Lerner era solito sostenere che la moneta è una creatura dello Stato. Uno Stato, dunque, può fallire solo nella misura in cui cede la propria sovranità monetaria, lasciando ad una banca centrale privata – controllata da grandi banche d’affari internazionali – il potere di stampare a iosa moneta a debito, imponendo un interesse e dissociando la finanza dall’economia reale. Uno stato senza sovranità monetaria diventa una colonia, come gli Stati membri dell’UE, tra cui l’Italia, che – come ho spiegato nel mio libro “Sovranità, debito e moneta” – ha ceduto gradualmente la propria sovranità monetaria, trasformandosi da currency issuer, cioè, “emittente sovrano di moneta”, in currency user, “fruitore di moneta”, ponendosi, cioè, alla stessa stregua di famiglie e aziende, che per loro natura sono potenzialmente soggette a default. Ad oggi, gli Stati dell’UEM sono stati che emettono titoli in valuta estera (euro) al pari degli Stati coloniali africani dell’area Franco CFA (Colonies françaises d’Afrique), moneta gestita interamente dalla Banca centrale francese. Nel 1992, l’economista inglese Wynne Godley scriveva:

Il potere di emettere la propria moneta, di ricorrere alla propria banca centrale, è la cosa principale che definisce l’indipendenza nazionale. Se un paese cede o perde questo potere, acquisisce lo status di amministrazione pubblica o di colonia. Le amministrazioni pubbliche e le regioni ovviamente non possono svalutare. Ma perdono anche il potere di finanziare deficit attraverso la creazione di moneta mentre altri metodi per accedere ai finanziamenti sono soggetti a regolamentazione centrale. Né possono cambiare i tassi di interesse. Poiché le autorità locali non possiedono alcuno degli strumenti di politica macroeconomica, la loro scelta politica è limitata a questioni di minore rilevanza: un po’ più di istruzione qui, un po’ meno infrastrutture là. (Godley, W., Maastricht and All That, London Review of Books, Vol. 14 No. 19, 8 October 1992.)

È chiaro che la Brexit volge proprio in questa direzione: non perdere la propria sovranità, soprattutto alla luce della dissoluzione prossima dell’Euro e di tutta la Babele europea, un’aspettativa di crollo che sembra essere confermata dal nuovo corso tedesco e dal Trattato del Quirinale, che vede la Francia smarcarsi dalla Germania e agganciare l’Italia, nell’illusione di ripristinare la grandeur della Francia di Richelieu, che dopo Waterloo, però, ha visto cadere per sempre il grande sogno di una France éternelle.

Qualche anno fa, John H. Cochrane, top economist della scuola di Chicago – di quelli, cioè, che non vedono di buon occhio l’intervento dello Stato nell’economia – pubblicò un working paper dal titolo “A New Structure for U.S. Federal Debt”, nel più assordante silenzio del mondo accademico e finanziario, un silenzio orchestrato dalle stesse élite che foraggiano la medesima scuola monetarista. In sintesi, Cochrane proponeva di ristrutturare il debito USA, emettendo una moneta elettronica del Tesoro che paghi un interesse. Cioè, il taglio minimo dei titoli del debito doveva essere di 1 $ e questi potrebbero essere usati come moneta anche dalle famiglie e dalle aziende, allo stesso modo in cui vengono usati oggi dalle banche d’affari. Si tratta, insomma, di emettere titoli del debito altamente liquidi, per cui la distinzione tra “moneta” e “titoli di debito” verrebbe meno. Questo vuol dire che qualora il Tesoro emettesse titoli liquidi in forma di moneta elettronica che paga interessi, di fatto creerebbe moneta come una banca centrale, assorbendo in sé la funzione monetaria e ripristinando, così, quell’unità d’intenti tra politica fiscale e politica monetaria in vigore prima del divorzio tra Tesoro e Banca centrale. E allora, che ne sarebbe della banca centrale, soprattutto oggi con la nascita e lo sviluppo delle criptovalute? Ultimamente, la corsa frenetica delle banche centrali per lanciare una propria criptovaluta – che di per sé è un ossimoro, dal momento che la criptovaluta nasce con l’intento di eliminare gli intermediari finanziari – mette in luce proprio la crisi di un sistema economico-finanziario incentrato sulla moneta a debito, anche se c’è da dire che è molto difficile trovare una classe politica in grado di chiudere nell’angolo la propria banca centrale e, in Europa, il sistema di banche centrali. A parere di Stephen Mitford Goodson, direttore della South African Reserve Bank,

Molti dei Presidenti degli USA, che sono stati assassinati, furono coinvolti nella riforma monetaria. Questi sono Abraham Lincoln, James Garfield, William McKinley, Warren G. Harding e John F. Kennedy. Il Presidente Richard M. Nixon aveva espresso un notevole interesse nel riformare la US Federal Reserve Bank mentre era in carica e questo potrebbe essere stato un fattore determinante per la sua caduta. (A History of Central Banking and the Enslavement of Mankind, p. 193)

Questo modello di attaccare ed imporre il sistema bancario dell’usura [n.d.r. moneta a debito] è stato largamente sviluppato nell’era moderna e comprende le sconfitte della Russia imperiale nella I Guerra mondiale, della Germania, dell’Italia e del Giappone nella II Guerra mondiale, e più di recente della Libia nel 2011. Questi erano tutti Paesi che avevano sistemi bancari di Stato, i quali distribuivano la ricchezza prodotta dalle loro rispettive nazioni su basi eque e procuravano ai loro popoli uno standard di vita di gran lunga superiore a quello dei loro rivali e coevi. (Ibidem, p. 38)

La teoria della finanza funzionale di Abba Lerner insegna che quando lo Stato vuol far crescere l’economia verso il pieno impiego deve spendere, cioè, deve acquistare beni e servizi dal settore non governativo. Quando l’economia “tira”, gli investimenti aumentano (teoria dell’acceleratore) e con questi la domanda di lavoro da parte delle aziende e, quindi, l’occupazione. Può succedere, però, che non avendo raggiunto ancora il pieno impiego, emergano pressioni inflazionistiche dovute alla caduta dei tassi di interesse, tassi che cadono in quanto il Governo, quando spende, immette moneta nel sistema finanziario. Allora, per continuare a spendere senza fomentare l’inflazione, emette titoli del debito pubblico, emette, cioè, moneta che paga un interesse, al fine di trasformare la moneta in titoli, senza doverla rastrellare dal sistema. Tale rastrellamento avviene, infatti, generalmente attraverso le imposte, che stornano ricchezza dal settore non governativo a quello governativo. Questo circolo virtuoso è possibile, però, solo se internalizziamo il debito pubblico, solo, cioè, se i titoli del debito tornano all’interno dei propri confini nazionali. In questo modo, lo Stato crea moneta per trasformarla in asset reali ed emette titoli per sostenere i tassi di interesse e, quindi, controllare l’inflazione senza dover ridurre la crescita. Se poi a questo si aggiungesse la nazionalizzazione della banca centrale e, quindi, l’emissione di una moneta elettronica del Tesoro al pari di una vera e propria banca centrale, allora assisteremmo al passaggio (o al ritorno) dal vecchio sistema monetario basato sulla moneta a debito ad un sistema incentrato sulla moneta libera, con notevoli effetti sulla crescita e sull’occupazione.

Nel 2020, l’Amministrazione Trump ha posto in essere le condizioni per una nazionalizzazione del Federal Reserve System (o più semplicemente Fed, la banca centrale americana), acquisendo ampie fasce dei mercati finanziari con denaro stampato dalla stessa Fed. Nel 2018, la stessa amministrazione ha dato anche il via al National Quantum Initiative, per lo studio e lo sviluppo di reti di computer quantistici ai fini della difesa e della regolamentazione dei mercati monetari e finanziari. Questi due elementi di per sé sarebbero già sufficienti a decretare la fine del vecchio sistema e l’inizio di un nuovo corso.

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Armando Savini

Armando Savini è un economista, saggista, cultore di esegesi biblica e mistica ebraica. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in HR Management, si è occupato di scienza della complessità e delle sue applicazioni all’economia. Già cultore della materia in Politica economica presso la cattedra del Prof. Giovanni Somogyi alla Facoltà di Scienze Politiche de La Sapienza, è stato docente a contratto di storia economica, economia, HR management e metodi di ricerca per il business. Tra le sue ultime pubblicazioni: Sovranità, debito e moneta. Quello che dovresti sapere e non ti hanno mai detto (‎2021); Miti, storie e leggende. I misteri della Genesi dal caos a Babele (Diarkos 2020); Le due sindoni (Chirico, 2019); Il Messia nascosto. Profezie bibliche alla luce della tradizione ebraica e cristiana (Cantagalli-Chirico, 2019); Maria di Nazaret dalla Genesi a Fatima (Fontana di Siloe, 2017); Risurrezione. Un viaggio tra fede e scienza (Paoline, 2016); Dall’impresa-macchina all’impresa-persona. Ripensare l’azienda nell’era della complessità (Mondadori, 2009).

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