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GOLPE NATO IN UCRAINA: LA GENESI – 1. Strage di Cecchini a Kiev nel 2014 come a Caracas nel 2002

LE OMBRE DELLA CIA DIETRO AL GOLPE FALLITO IN VENEZUELA

GLI STESSI FINANZIATORI DELLA RIVOLUZIONE DI PIAZZA MAIDAN

Nelle immagini di copertina la strage di piazza Maidan a Kiev nel 2014 e cecchini sui tetti a Caracas nel 2002

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di Fabio Giuseppe Carlo Carisio

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Sopraffatti dall’affastellarsi degli eventi di guerra in Ucraina, dove la guerra civile potrebbe tornare indietro di 8 anni a causa di una strategia NATO-UE ben descritta nel piano del think-tank di Washington CEPA pubblicato in anteprima da Gospa News il 5 novembre 2021, ci siamo curati dell’attualità non trovando il tempo per commemorare l’anniversario della strage di piazza Maidan (20 febbraio 2014), contesto incandescente ideale per consentire alla narrativa False-flag del Nuovo Ordine Mondiale atlantista di esacerbare animi e tensioni a Kiev e nel Donbass.

Mentre la Russia sta per riconoscere ufficialmente le due Repubbliche Separatiste di Donetsk e Lugansk, da ieri gruppi di giovani ucraini stanno manifestando nella piazza del massacro, probabilmente ben retribuiti dal plutarca George Soros, regista per suo stesso vanto delle Rivoluzioni Colorate attuate con il contributo degli attivisti del Pugno Chiuso di Otpor (Resistenza in Serbo) poi confluiti, dopo la caduta di Slobodan Milosevic a Belgrado, nel più diplomatico Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies (CANVAS).

Entrambe queste formazioni apparentemente vocate alla democrazia sono state messe in correlazione con la Central Intelligence Agency, il potentissimo controspionaggio americano di Langley (Virginia) con licenza di uccidere impunemente grazie ai suoi reparti speciali del National Clandestine Service.

Senza queste premesse è arduo capire “la genesi” del Golpe in Ucraina e della strage perpetrata da misteriosi cecchini. Ne abbiamo parlato in vari reportage ma oggi vogliamo riavvolgere il filo del racconto per dipanarlo in due puntate concentrandoci nella prima sul truculento assassinio massivo e nella seconda sui retroscena geopolitici che prepararono il terreno. Nel farlo evidenzieremo anche le analogie con un simile massacro di gente compiuto nel 2002 a Caracas all’ombra proprio della CIA nel tentativo di un altro regime-change “made in US”.

IL CONTESTO DI PIAZZA EUROMAIDAN

Per non dilungarci rammentiamo brevemente che le proteste del novembre 2013 a Kiev furono innescate da un reporter islamico di origini afghane nato nella povera Kabul ma divenuto prima studente nella capitale ucraina, poi giornalista televisivo ed infine, dopo il golpe che portò alla cacciata del presidente filorusso Victor Janukovych,  vice direttore generale dell’industria bellica nazionale dal 2019 come svelato in esclusiva da Gospa News.

La sua appare una storia camaleontica degna di Ethan Hunt, il leggendario personaggio reso famoso da Tom Cruise nella saga cinematografica sull’attività dell’immaginaria Impossible Mission Force (IMF) della CIA. La TV di questo reporter fu finanziata da Soros e da varie ambasciate ucraine dei paesi NATO, ma vi invitiamo a leggere questa vicenda dopo questo reportage.

Il pretesto per le proteste fu la sospensione da parte del governo dell’accordo di associazione con l’Unione Europea che costituiva una Zona di libero scambio globale e approfondito ma in realtà si trattò semplicemente dell’ottima scusa per innescare la miccia di una bomba sociale preparata da anni dall’Occidente (ma questo lo vedremo nella prossima puntata).

Per ora ci basti ricordare che le proteste pro-europeiste nella piazza Maidan Nezalezhnosti (campo dell’indipendenza in Ucraino) ribattezzata Euromaidan, furono le manifestazioni più imponenti avvenute in Ucraina dopo la rivoluzione arancione del 2004, in cui Janukovyč costretto a dimettersi da primo ministro per le accuse di irregolarità nel voto. Potremmo fare una lampante analogia con le proteste dei fans del presidente americano Donald Trump per le accuse di macroscopici brogli elettorali nelle presidenziali vinte dal suo sfidante Democratico Joseph Biden, ma loro sono stati uccisi a Capitol Hill e poi etichettati come terroristi…

Per una curiosa coincidenza fu proprio Biden, allora vicepresidente di Obama, a supportare la riforma delle forze armate e di polizia di Kiev dopo il golpe del 2014 mentre suo figlio Hunt Biden incassava laute consulenze in qualità di amministratore della società energetica Burisma, titolare di licenze di estrazione nella zona del Donbass russofono, diventato teatro della guerra civile riaccesa da qualche giorno dopo il finto attacco ad un asilo.

Confrontando gli eventi del 2013 rispetto a quelli del 2004 in Ucraina, “un punto geopolitico chiave in Europa orientale” per la Russia e l’Unione Europea, il quotidiano, The Moscow Times, ha osservato che il governo di Janukovyč si trovava in una posizione significativamente più forte dopo la sua elezione nel 2010.

Il Financial Times ha scritto che le proteste del 2013 furono “in gran parte spontanee, innescate dai social media e hanno colto impreparata l’opposizione politica ucraina” rispetto a quelle precedenti ben organizzate. L’hashtag #euromaidan (in ucraino #євромайдан, in russo #евромайдан), fu creato subito alle prime manifestazioni ed è stato molto utile come strumento di comunicazione per i manifestanti. L’hashtag di protesta è rimbalzato anche sulla rete VKontakte, un social network molto diffuso nei paesi dell’est. 

LA STRAGE DEI MISTERIOSI CECCHINI 

Prima di addentrarci nei dettagli “investigativi” sulla strage dei misteriosi cecchini riportiamo una ricostruzione abbastanza oggettiva proposta da Wikipedia.Il 20 febbraio 2014, a Kiev vi furono degli scontri che causarono morti e feriti e alla cattura di alcuni agenti[27]La conta finale dei morti fu 70 tra i manifestanti e 17 tra le forze di polizia. Ancora ignota e soggetta ad investigazioni fu l’identità di cecchini (snipers) che quel giorno spararono sulla folla.[28]

«In una conversazione tra il Ministro degli Wsteri Estone Urmas Paet e Catherine Ashton, il ministro avanzò il sospetto che i cecchini fossero stati ingaggiati dalla stessa opposizione per scatenare le violenze avendo avuto notizia dal medico Ol’ha Bohomolec’ che “tutte le prove dimostrarono come siano stati gli stessi cecchini ad uccidere sia la gente che stava protestando nelle strade, sia i poliziotti che cercavano di contenere la protesta.”. La stessa Ol’ha Bohomolec’ , candidata alla presidenza nelle elezioni del maggio 2014. ha poi preso le distanze dalle osservazioni di Paet, insistendo sul fatto che non avrebbe detto ciò che venne riportato, chiedendo che il nuovo governo indagasse sugli incidenti» scrive Wikipedia che poi riporta le differenti versioni. 

Il nuovo governo ha accusato il presidente Viktor Janukovyč di aver ordinato alla polizia di aprire il fuoco il 18-20 febbraio 2014, dichiarando che agenti russi avevano giocato un ruolo nelle uccisioni; anche secondo Valentyn Nalyvajčenko, il nuovo capo della SBU (Servizio di Sicurezza Ucraino) vi sarebbe il coinvolgimento dei servizi di sicurezza russi e Janukovyč avrebbe ordinato a 108 membri della SBU di riprendere un edificio occupato dai manifestanti a Kiev il 18 febbraio 2014.

Il nuovo ministro dell’Interno, Arsen Avakov, affermò che 12 membri della forza speciale di polizia Berkut (disciolta dal nuovo governo) furono identificati come sospettati dell’uccisione di 17 persone su via Institut’ska. Basandosi sulla somiglianza delle ferite da arma da fuoco riscontrate sulle vittime, il ministro della Salute ad interim Oleh Musij ha invece affermato che i manifestanti e i poliziotti sarebbero stati colpiti dalle stesse armi come parte di un complotto da parte di ex sostenitori del presidente Viktor Janukovyč per volgere la popolazione contro lo stesso presidente chiamando in causa fantomatiche “forze speciali russe”.[28]

Il deposto presidente Viktor Janukovyč ha risolutamente negato di aver mai ordinato alla polizia di aprire il fuoco sui manifestanti accusando l’opposizione di aver dato inizio alle sparatorie, dichiarando che “Nessun potere vale una goccia di sangue” e che “Molte volte i miei sostenitori mi hanno sollecitato ad agire in maniera più risoluta contro Maidan, ma non l’ho mai fatto. Avremmo dovuto disarmare gli elementi estremisti, gli stessi che ora sono un rompicapo per i nuovi leader”. Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha dichiarato che la Russia aveva informazioni riguardo al fatto che i gruppi di estrema destra ucraini avrebbero coordinato gli attacchi dei cecchini a Kiev.[28]

Video e fotografie degli scontri mostrano ovviamente che le forze di sicurezza ucraine erano armate con fucili d’assalto ed almeno un fucile di precisione, ma che anche i manifestanti erano armati di fucili, anche se alcuni di questi potrebbero essere stati armi ad aria compressa.[28]

LO SCOOP DEL GIORNALISTA ITALIANO

Da giornalista investigativo ma impegnato in altri ambiti editoriali ho seguito giorno per giorno l’evolversi del golpe in Ucraina: dalla richiesta del presidente al Parlamento di votare una amnistia per tutti i manifestanti e l’abrogazione delle leggi antiprotesta, in cambio della fine alle violenze di piazza, fino al bagno di sangue dopo il quale Janukovic e i capi dell’opposizione arrivano ad un accordo che prevede elezioni anticipate e Governo di Unità Nazionale nonché ritorno alla Costituzione del 2004, con sensibile limitazione poteri presidenziali. Sebbene firmato da entrambe le parti non sarà mai attuato perché la rivolta non avrà termine fino alla sua fuga in Russia il 22 febbraio.

Ma chi sparò davvero sulla folla? La risposta più credibile fu riportata da Gospa News in una delle prime inchieste geopolitiche di questo sito d’informazione giornalistica cristiana: “Donbass, strage per il gas”, pubblicata il 2 settembre 2018.

A fare luce sul massacro ci ha pensato un grande reporter di conflitti bellici, Gian Micalessin, che nella rubrica Occhi della Guerra de Il Giornale il 16 novembre 2017 ha fatto un clamoroso scoop sulla rivoluzione di Kiev. Seguendo le sue fonti è andato fino in Macedonia per intervistare quei cecchini, protetti ormai dalla loro nazione e dall’oblio gettato sulla strage dal governo di Petro Oleksijovyč Porošenko, il presidente filoeuropeista che ha preso le redini dell’Ucraina dopo Yanukovyc.

«“La cosa più inquietante – spiega Paet – è che tutte le evidenze dimostrano che le persone uccise dai cecchini – sia tra i poliziotti, sia tra la gente in strada – sono state uccise dagli stessi cecchini…”. Davanti alla perplessità di una Ashton visibilmente imbarazzata il ministro cita la testimonianza della dottoressa ucraina. “Lei parla come medico dice che si tratta della stessa firma, dello stesso tipo di proiettili. È veramente inquietante che ora la nuova coalizione – ribadisce Paet – si rifiuti di indagare su cosa è realmente successo. C’è una convinzione molto forte che dietro i cecchini ci siano…. Che non ci sia Yanukovich, ma qualcuno della nuova coalizione…”» ha scritto Micalessin nel suo articolo prima di giungere al cuore della notizia: le ammissioni dei cecchini.

«A quattro anni dall’inizio nel novembre 2013 delle manifestazioni di Maidan noi siamo in grado di descrivere un’altra verità, completamente diversa da quella ufficiale. La nostra storia inizia verso la fine dell’estate 2017 a Skopye la capitale della Macedonia. Lì dopo lunghi e complessi preliminari riusciamo ad incontrare Koba Nergadze e Kvarateskelia Zalogy due georgiani protagonisti e testimoni di quella tragica sparatoria e del successivo massacro – scrive il reporter – Sia Nergadze sia Zalogy sono legati all’ex presidente georgiano Mikhail Saakashvili, protagonista nell’agosto 2008 di una breve, ma sanguinosa guerra con la Russia di Vladimir Putin. Nergadze, come dimostra un tesserino identificativo rimasto in suo possesso, è stato membro di un servizio di sicurezza agli ordini del presidente. Zalogy è un ex attivista del partito di Saakashvili».

«“Ho deciso di venire a Skopije per raccontarvi tutto quello che sappiamo su quel che è successo… io e il mio amico l’abbiamo deciso assieme, bisogna far luce su quei fatti” – ripete Nergadze. Lo stesso dirà qualche mese più tardi Alexander Revazishvilli, un ex tiratore scelto dell’esercito georgiano protagonista della sparatoria di Maidan, incontrato in un altro Paese dell’Est Europa. Tutti e tre i nostri protagonisti raccontano di esser stati reclutati alla fine del 2013 da Mamuka Mamulashvili, un consigliere militare di Saakashvili che dopo i fatti di Maidan si sposterà nel Donbass per guidare la cosiddetta Legione Georgiana negli scontri con gli insorti filo russi» riportò Occhi della Guerra su Il Giornali.

«“Il primo incontro è stato con Mamulashvili all’ufficio del Movimento Nazionale – racconta Zalogy a Micalessin – la rivolta Ucraina nel 2013 era simile alla “Rivoluzione rosa” avvenuta in Georgia anni prima. Dovevamo indirizzarla e guidarla applicando lo stesso schema utilizzato per la “Rivoluzione Rosa”. La versione di Alexander non è diversa. “Mamuka per prima cosa mi chiese se ero stato veramente un tiratore scelto – ricorda Alexander – subito dopo mi disse che aveva bisogno di me a Kiev per scegliere alcune postazioni”. I nostri protagonisti, aggregati a vari gruppi di volontari tra il novembre 2013 e il gennaio 2014, ricevono dei passaporti con nomi falsi e un anticipo in denaro. “Siamo partiti il 15 gennaio e sull’aereo – ricorda Zalogy – ho ricevuto il mio passaporto e un altro con la mia foto, ma con nome e cognomi differenti. Poi ci hanno dato mille dollari a testa promettendo di darcene altri cinquemila più in là”».

Tecniche di guerriglia urbana ben organizzata che ricordano molte operazioni della CIA, la cui ombra era già comparsa dietro la sparatoria di misteriosi cecchini sulla folla a Caracas nel 2002.

IL TENTATO GOLPE IN VENEZUELA

Vediamo ora le analogie con quanto accaduto in Venezuela dove, da anni, stanno cercando di realizzare una rivoluzione i medesimi attori che l’hanno fatta in Georgia ed Ucraina e cercato di farla in Siria: Soros, CIA (sovente con il supporto finanziario dell’agenzia vìgovernativa USAID) ed il braccio operativo CANVAS che sul suo sito ufficiale si è fatto vanto di aver intrapreso le rivoluzioni democratiche “non violente” attuate in realtà a Caracas con le “guarimba”, barricate incendiarie che prendono il nome da un innocuo gioco simile al nascondino molto noto nella repubblica bolivariana, e ad Hong Kong con le molotov.

Hugo Chavez, di umilissime origini e morto nel 2013 dopo essere stato presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 1999, fu cultore dell’ideologia bolivariana, che inizialmente si sviluppò all’interno delle Forze Armate, dando vita già dal 1983 al Movimiento Bolivariano MBR-200, costituito per la maggior parte dai cadetti della “Promozione Simón Bolívar” che uscì dalle scuole militari nel 1975.

Questo suo personale modello politico votato all’integrazione dell’America Latina e all’anti-imperialismo, ponendosi inoltre come uno strenuo critico della globalizzazione neoliberista e della politica estera statunitense. La sua particolare filosofia politica è stata denominata chavismo, caratterizzata dalla commistione di bolivarismo, teologia della liberazione, marxismo d’ispirazione guevarista e castrista, che, può essere descritto come il primo ed unico esempio di Socialismo Cristiano nella storia.

 Hugo Chavez nella divisa militare prima di diventare presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela e comandante in capo delle Forze Armate

Chavex diventò famoso nel 1989 quando scoppiò una protesta popolare contro il caro-vita, detta caracazo. Il governo incaricò anche i militari per il mantenimento dell’ordine pubblico; l’esercito ebbe anche l’ordine di sparare sulla folla, e massacrò migliaia di oppositori. Ma l’allora tenente colonnello e alcuni suoi colleghi bolivariani furono tra i pochi ufficiali che si rifiutarono categoricamente di eseguire quegli ordini, ma non furono congedati o sanzionati per questo. Questo lo accreditò come un “amico del popolo” agli occhi di molti venezuelani.[16]

Promosso al grado di colonnello nel 1991, l’anno seguente, il 4 febbraio 1992, fu protagonista di un colpo di Stato da parte delle forze militari che tentò di rovesciare il legittimo presidente Carlos Andrés Pérez, che i bolivaristi ritenevano corrotto e filo-statunitense. Fu incarcerato ma poi liberato nel 1994 per un’amnistia. Il 6 dicembre 1998 con il partito Movimento Quinta Repubblica vinse le elezioni presidenziali per la prima volta e fu poi riconfermato nel 2000, 2006 e 2012.

In Venezuela nel 2001 la Confederación de Trabajadores de Venezuela (CTV), Confederazione dei lavoratori, retta da numerosi anni da Carlos Ortega Carvajal, in base alla nuova costituzione entrò a far parte delle istituzioni la cui dirigenza era sottoposta a elezioni. Ci furono contestazioni sui voti validi e il comitato elettorale non poté decretare la vittoria, che fu però reclamata da Ortega dichiarandosi vincitore. Nel dicembre del 2001 gli industriali cercarono di pilotare uno sciopero generale della CTV chiudendo le fabbriche e impedendo ai lavoratori di entrare, ma assicurando loro i salari, promessa che non fu mantenuta. Lo sciopero non ebbe successo.

Nel febbraio del 2002 Chávez sostituì i dirigenti della PDVSA, la compagnia petrolifera nazionale, con persone affini al suo progetto politico, il che provocò la protesta interna di gruppi di impiegati e dirigenti che vedevano nella decisione di Chávez la violazione dei principi di meritocrazia. Il governo considerava inconciliabili le differenze ideologiche tra il proprio progetto di gestione dell’azienda e quello della dirigenza della PDVSA: il primo mirava a una riforma profonda del funzionamento dell’impresa che incrementasse l’utilizzo delle plusvalenze petrolifere in piani sociali, mentre il secondo voleva che PDVSA utilizzasse i profitti petroliferi per finanziare l’espansione dell’attività aziendale.

La televisione di Stato rese pubblica la registrazione di una telefonata tra Ortega e l’ex presidente Carlos Andrés Pérez, profugo dalla giustizia rifugiatosi negli Stati Uniti, nella quale Perez diceva a Ortega di organizzare uno sciopero generale e di portarlo alle estreme conseguenze, di prendere contatto con Pedro Carmona Estanga, attuale presidente di Fedecamara e di concordare le azioni con lui.

Il 7 aprile, il presidente Chávez annunciò il licenziamento degli alti dirigenti e le proteste degli oppositori si intensificarono. Il 9 aprile la CTV e la Confindustria, con l’appoggio della Chiesa cattolica, delle televisioni e dei partiti politici di opposizione, annunciarono uno sciopero generale di ventiquattro ore in sostegno dei dirigenti della PDVSA. L’11 aprile fu organizzato un corteo di centomila persone che avrebbe dovuto dirigersi verso la sede della PDVSA, ma che un’arringa di Ortega deviò verso il palazzo di Miraflores, sede della Presidenza per cacciare «quel traditore di Chávez», dando alla marcia, fino a quel momento pacifica, ben altro scopo. La marcia, alle 12,30 dell’11 aprile 2002, riprese con in testa i sindaci scortati dalle loro polizie armate e motorizzate, ma senza che da quel momento si avesse più traccia di Ortega e dei suoi colleghi, scomparsi nel nulla.

IL MASSACRO DEI CECCHINI STRANIERI A CARACAS

«Già dalla notte attorno a Miraflores erano radunati migliaia di sostenitori di Chávez, in sentore di ciò che poteva accadere. Il corteo non arrivò a contatto con i simpatizzanti di Chávez perché dei cecchini appostati nei palazzi circostanti cominciarono a sparare dapprima sui sostenitori di Chávez, poi sulle prime file del corteo. La gente segnalò alcuni cecchini sul terrazzo di un palazzo nei pressi di Miraflores, la Guardia Nazionale entrò nel palazzo e arrestò cinque persone armate di fucili di precisione, con documenti falsi, qualcuno di origine colombiana. Imprigionati, furono successivamente liberati dagli insorti e di essi si persero le tracce. La polizia metropolitana cominciò a sparare sulla gente che si trovava sul famoso ponte Laguno e che prese a scappare tentando di mettersi al riparo nei palazzi circostanti» riferisce Wikipedia. (continua a leggere qui)

Il reportage prosegue su Gospa News con LE OMBRE DELLA CIA DIETRO AL GOLPE FALLITO IN VENEZUELA E I FINANZIATORI DI QUELLO A KIEV

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Fabio G. C. Carisio

Fabio Giuseppe Carlo Carisio, classe 1967, è giornalista pubblicista dal 1991. Ha diretto vari giornali locali piemontesi ed è stato corrispondente per i quotidiani Il Giornale e Libero. Nel 2018 ha fondato il webmedia di informazione giornalistica cristiana Gospa News. Dal 2019 è autore sul sito americano di gepolitica ed intelligence militare Veterans Today. Le sue investigazioni internazionali sono state pubblicate su Reseau International, Sputnik Italia, Maurizio Blondet e altri portali di contro-informazione. Alcune inchieste sono state tradotte in varie lingue e pubblicate su siti cinesi, russi, bulgari, mediorientali e latino americani. https://gospanews.net

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