Cultura

I SEGRETI DELLA GENESI 1 – LO SPLENDORE (הזוהר)

Da dove trae origine l’Universo? È possibile che si sia creato da sé emergendo dal nulla assoluto oppure che sia sempre esistito?

Una scintilla di impenetrabilità brillò nel segreto del segreto, dall’inizio dell’Infinito (Zohar 1,15a)

Cosmogonia biblica

Il filosofo tedesco Immanuel Kant, a conclusione della sua Critica della ragion pratica, scriveva: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuove e crescenti, quanto più sovente ed a lungo si riflette sopra di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me».[i]

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L’Universo ci pungola, sollecita interrogativi incalzanti che ci costringono a prendere posizione, a cercare delle risposte precise, in grado di dare un senso al nostro essere qui e ora. Da dove trae origine l’Universo? È possibile che si sia creato da sé emergendo dal nulla assoluto oppure che sia sempre esistito? O forse è più ragionevole pensare che sia stato creato da un Ente intelligente che ha impresso delle leggi razionali sulla materia come un sigillo sulla cera?

Il primo capitolo della Genesi ci offre delle risposte alquanto singolari e affascinanti, delineando alcuni principi cosmogonici fondamentali. Il principio cardine su cui poggia l’intero racconto è quello della creazione dal nulla della materia, dello spazio e del tempo. A differenza delle altre cosmogonie, secondo la Genesi, non preesiste alcun elemento materiale nell’eternità di Dio. Per quanto riguarda lo stato primordiale della materia, questa è presentata come una sostanza indefinita, ad alto potenziale, che prende forma secondo un disegno prestabilito. Si passa dal caos primordiale a una terra ordinata, piena di vita, predisposta ad ospitare l’umanità. Tutta la creazione è antropocentrica.

Tra i primi elementi della creazione, c’è la luce cosmica, con cui ha inizio il tempo. Il cielo, che esprime tutto ciò che è altro rispetto alla terra, dunque l’universo, è creato prima della terra. Il firmamento è lo spazio in cui sono collocati il sole, la luna e le stelle, cioè, l’universo visto da una prospettiva geocentrica, un universo che si espande, si dilata. La luce del sole è distinta dalla luce cosmica primordiale, allo stesso modo in cui il tempo scandito dal sole si differenzia da quello regolato dalla luce cosmica. Il tempo, dunque, non sembra essere assoluto bensì relativo.

Infine, dall’oceano primordiale, che avvolge il globo, emerge la terra asciutta, che con le prime piogge, il calore e la luce del sole, comincia a far germogliare le piante e a brulicare di esseri viventi.

Cosmogonia rabbinica

I primi versetti della Genesi sono sempre stati oggetto di attenta riflessione da parte della tradizione rabbinica, che, anche alla luce di altri passi della Scrittura, ha cercato di comprendere meglio l’origine del cosmo. Nello Zohar (1,15a), si legge, che quando Dio volle creare il mondo, da una «scintilla di impenetrabilità»,[ii] una scintilla dura, densa, senza forma né colore, fece scaturire un flusso di colori, che conteneva in sé tutte le leggi necessarie (semente divina) per la formazione dell’universo, della terra e della vita sulla terra. «Come un mollusco, da cui si estrae la porpora, rivestito della sua conchiglia, la semente divina è attorniata dalla materia che gli serve da palazzo edificato per la gloria di Dio e il bene del mondo».[iii]Tutta la creazione sarebbe sgorgata da un singolo punto, al di là del quale nulla si sa, un punto, che si sarebbe espanso, dando vita all’universo.

Mosè ben Naḥman (1194-1270), meglio conosciuto come Nachmanide o Ramban (Rabbi Moshe ben Naḥman), nel suo Commentario alla Genesi, parla di un elemento molto fine, che Dio crea dal nulla assoluto, un piccolissimo  punto, senza sostanza ma pieno di energia, in grado di dar vita a tutto l’universo. Il filosofo-cabbalista di Girona, inoltre, affermava già a quei tempi qualcosa di cui noi abbiamo preso coscienza solo da qualche decennio: il tempo fu creato insieme alla materia. Ma leggiamo insieme quanto scritto dallo stesso Ramban:

Il Santo, benedetto Egli sia, creò tutte le creazioni dal nulla assoluto. E non abbiamo nessuna altra espressione nella Lingua Santa per portare qualcosa alla luce dal niente, se non [il verbo] bara […] Egli [Dio] fece scaturire un elemento molto fine; esso non ha sostanza ma è energia in grado di creare, di prendere una forma e di passare dal potenziale al reale. Questa è la prima materia, chiamata hyle dai Greci. E dopo hyle, Egli non creò più alcunché ma formò e fece [le creazioni], poiché è da questo che Egli diede vita ad ogni cosa, rivestì le forme e le perfezionò. Sappiate che i cieli e tutto ciò che sta in essi sono un materiale, e la terra e tutto ciò che è in essa è materiale, e il Santo, benedetto Egli sia, creò entrambe dal nulla, e questi due soli furono creati e ogni cosa fu fatta da questi. E questo materiale che essi [Greci] chiamano hyle è chiamato tohu (caos) nella Lingua Sacra. […] La forma che prende questo materiale, nella Lingua Sacra, è chiamata bohu (vuoto). Questa è una parola composta, fatta di due parole: bo (in esso) e hu (esso), e significa «ciò che è in sé». […] E questo è ciò che è scritto nel Sefer Yetzirah: «Egli ha creato una sostanza da tohu e rese “ciò che non è”  “ciò che è”». […] Ed ecco, con questa creazione, che era come un punto piccolo e sottile, e senza sostanza, furono create tutte le creazioni nei cieli e sulla terra. Crediamo sia possibile dire che la luce fu creata innanzi a Lui, sia Egli benedetto, e che essa non si propagò sugli elementi menzionati – ma Egli separò questa dall’oscurità, dando ad entrambe una estensione (misura) – ma stette di fronte a Lui secondo la durata (misura) della notte, e dopo di ciò, Egli la fece brillare sugli elementi. Ed ecco, [in questo modo] la sera fu prima del mattino. E crediamo anche sia possibile dire che il tempo esisteva da quando i cieli e la terra vennero all’esistenza dal vuoto. [iv]

Secondo il Genesi Rabbah (9,2) furono creati e distrutti tanti mondi, fino al mondo attuale, fin quando, cioè, la materia non giunse alla perfezione preordinata da Dio, il quale «continuò a creare mondi e a distruggerli fin quando creò questi [il cielo e la terra] e, allora, disse: “Questi mi piacciono; quelli non mi piacevano”».

Se consideriamo che la materia all’inizio era «ṯōhū wāḇōhū», cioè, confusa, caotica, e priva di forma, questo processo creativo-distruttivo potrebbe indicare una lunga trasformazione continua dalla materia informe alla materia formata, un reimpasto cosmico continuo fino allo stato attuale.

Una crescita economica con maggiori livelli occupazionali è ancora possibile?

[i] Kant, I., Critica della ragion pratica  (a cura di Pietro Chiodi), Utet, Torino, 2013, p. 235.

[ii] Matt, D. C., The Zohar,  Pritzker Edition, vol. 1, Stanford University Press, Stanford (California), 2004, pp. 107-110.

[iii] De Pauly, J., Sepher ha-Zohar (Le livre de la Splendeur), vol. 1, Ernest Leroux, Paris, 1906, pp. 89-90.

[iv] Ramban, On Genesis 1,1, parr. 1.3, 1.4; Genesis 1,4. Fonte www.sefaria.org. 

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Armando Savini

Armando Savini è un economista, saggista, cultore di esegesi biblica e mistica ebraica. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in HR Management, si è occupato di scienza della complessità e delle sue applicazioni all’economia. Già cultore della materia in Politica economica presso la cattedra del Prof. Giovanni Somogyi alla Facoltà di Scienze Politiche de La Sapienza, è stato docente a contratto di storia economica, economia, HR management e metodi di ricerca per il business. Tra le sue ultime pubblicazioni: Sovranità, debito e moneta. Quello che dovresti sapere e non ti hanno mai detto (‎2021); Miti, storie e leggende. I misteri della Genesi dal caos a Babele (Diarkos 2020); Le due sindoni (Chirico, 2019); Il Messia nascosto. Profezie bibliche alla luce della tradizione ebraica e cristiana (Cantagalli-Chirico, 2019); Maria di Nazaret dalla Genesi a Fatima (Fontana di Siloe, 2017); Risurrezione. Un viaggio tra fede e scienza (Paoline, 2016); Dall’impresa-macchina all’impresa-persona. Ripensare l’azienda nell’era della complessità (Mondadori, 2009).

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Gian Franco Zavoli

L’universo in cui viviamo è un universo a 4 dimensioni, poi possono esistere altri universi, probabilmente uno dentro l’altro fino a 12 dimensioni. Il nostro dovrebbe essere dentro quello a 5 dimensioni e dentro il nostro ci dovrebbe essere quello a 3 dimensioni. Una foto ci mostra quello a 3 dimensioni, dove gli oggetti in primo piano, sembrano più grandi di quelli sullo sfondo, ma tutto è immobile, se è ben fatta senza muovere l’apparecchio, se si muove viene male, perchè si nota il movimento che denota il tempo. A 2 dimensioni tutto sarebbe in primo piano senza la profondità. Ad una dimensione sarebbe una linea, ma invisibile, perchè senza spessore. A zero dimensioni sarebbe un punto a spessore zero. E a 5 dimensioni ? Poi tutte le altre ? Qui possiamo capire l’immensità che ci resta da conoscere, prima di andare a vivere nell’universo a 12 dimensioni. Che sia quello dell’immortalità ?

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