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IL BISOGNO E LA SUA MINACCIA

da Porto X

Viviamo ancora un’epoca di continue minacce, ai nostri bisogni o a ciò che sentiamo e pensiamo essere tali.

Ieri sera mia figlia si è rifiutata di indossare il dispositivo ortopedico che le è stato prescritto. È assolutamente ovvio che una ragazzina in piena pubertà manifesti la propria intolleranza rispetto a un aggeggio di derivazione medievale estremamente invasivo e condizionante, rispetto al quale la scienza degli ultimi cinque secoli poco è riuscita a progredire, discostandosi non molto da quella prima sua versione ricavata direttamente dalla modificazione di una armatura cinquecentesca. Spesso si lamenta la piccola, ma ieri il suo livello di rifiuto ha raggiunto dei picchi così elevati che, unitamente al crescente senso di ingiustizia e profonda ribellione che sta fisiologicamente germinando in sé, l’ha portata a manifestare un deciso, inamovibile e aggressivo “No! Non lo metto più! Mai più!”. Sembrava ormai non esserci più nulla da fare per convincerla della necessità e dell’importanza della terapia prescrittale dagli scienziati, tanto aleatoria negli esiti futuri quanto certa nel disagio e nella sofferenza che le arreca nel presente. Io non sono in accordo, ma è stato creato un obbligo legale ad hoc affinché la terapia venga perseguita scrupolosamente. Io non sono d’accordo, ma non sono uno scienziato per cui non hanno valore le mie argomentazioni. Io non sono d’accordo, ma devo obbedire. Così mi è stato detto. Il nuovo credo impone di fare silenzio se non sei laureato titolato masterizzato, i dogmi moderni sono certificati dal ministero, ed hanno le proprie linee guida.

Mi successe la stessa cosa anche dal salumaio un po’ di tempo fa. Andai a comprare due etti di mortadella ma tornato a casa al primo assaggio mi sembrò… strana. Così la riassaggiai -sarà che c’ho la bocca amara, pensai- ma niente: mi pareva proprio rancida quella mortadella. Così tornai dal salumaio facendogli notare la cosa. L’assaggiò, è dopo un accurato ciancicarsela in bocca con quell’attenzione da navigato sommelier mi confermò la bontà del suo prodotto. Io ribattei, argomentando con spirito critico le mie percezioni organolettiche dell’insaccato ma in tutta risposta mi disse: “Sei salumaio te? C’hai trent’anni d’esperienza sul campo? Qua’ spirito critico? Te devi da fida’ de chi ne sa più de te!”. Aveva ragione, che ne so io? Mica ho esperienza da sommelier del cotechino come ce l’ha lui? Così, pur continuandola a sentirla rancida, non mi rimase che fidarmi del salumaio. Io non ero d’accordo, ma obbedii. Non voglio paragonare medici e salumai -con tutto il rispetto per entrambe le categorie- ma fatto è che oggi se ti trovi di fronte all’esperto di turno, su qualsiasi aspetto dell’esistenza, se non sei titolato e chiedi, fai domande, argomenti, ti devi vergognare e zittire te e il tuo spirito critico. Oggi lo spirito critico è démodé, molto meglio quello etilico denaturato a novanta gradi, assai più fashion e alla portata di tutti.

Tornando alla mia piccola ribelle, ho pensato, cosa le dico ora? Cosa faccio? Come mi pongo? Che le dico?

Viviamo ancora un’epoca di continue minacce, ai nostri bisogni o a ciò che sentiamo e pensiamo essere tali. E allora l’ho minacciata. Le ho detto: “Se non indossi il dispositivo, e sei libera di farlo, domani non andrai in gita con la scuola. A te la scelta”. Ogni tanto è decisamente liberatorio recitare la parte del genitore autoritario e fintamente democratico, un ruolo che ci mette assai in pace con la nostra inadeguatezza di padre o di madre che sia. Per i primi cinque minuti almeno.

Mia figlia, inizialmente spaesata di fronte a questa mia per lei inaspettata posizione, si è lasciata poi fluire in una progressiva crisi emotiva di rabbia e disperazione che dal cuore si è dipanata attraverso i centri nervosi, manifestandosi infine al mondo in un crescendo di lamento sommesso, pianto isterico, urla, accasciamenti e singhiozzi intervallati da violenza verbale (sua) e ben celati conati di vomito (miei). Credo abbia così tanto esasperato dentro di sé l’idea della rinuncia a quel bisogno -ancor più infiammato dal rischio di non vederselo soddisfatto- da arrivare a provare una sensazione prossima al sentimento di morte interiore.

Viviamo ancora un’epoca di continue minacce, ai nostri bisogni o a ciò che sentiamo e pensiamo essere tali.

Così, mia figlia è stata minacciata dal suo papà attraverso lo strumento ormai tanto in voga del ricatto, che a scopo sanitario va benissimo a quanto pare. Ha sentito incombere questa minaccia su di sé, a discapito del suo bisogno, estremamente necessario alla sua età, di socialità, di evasione dall’ordinario, di condivisione di una delle prime esperienze extra scolastiche con i suoi compagni… Questo suo bisogno ieri è stato minacciato e sottoposto a ricatto. Ed è stato questo stesso bisogno, la sua intensità percepita e iper alimentata, a renderla ricattabile. Ho pensato allora a quanto noi essere umani siamo potenzialmente ricattabili in ogni momento in relazione ai nostri bisogni. Ho pensato a come la ricattabilità sia il prezzo latente di ogni bisogno.

Alla fine, sentendomi irremovibile, la piccola ha finito col cedere, accettando di indossare il dispositivo per tutta la notte, nonostante l’indescrivibile disagio fisico ed emotivo, nonostante il suo deciso No! pur di potersi garantire la partecipazione a questa gita. La soddisfazione di quel bisogno ha avuto per lei un prezzo non indifferente: la rinuncia di ciò che riteneva giusto. Certo, anche alla gita riteneva giusto partecipare. Alla fine ha fatto la sua scelta tra due cose ritenute giuste: un giusto bisogno rispetto ad una giusta Verità di sé.

Ma io a questo punto mi chiedo, come padre, quanto sia stato educativo da parte mia porle di fronte questo ricatto? Quanto sia educativo utilizzare questo mezzo per indurla ad obbedire?

E mi chiedo, come essere umano, che cosa posso averle mai passato in tutto questo. Le ho insegnato forse il nutrimento della fede in se stessi? Le ho indicato forse la via verso l’integrità? L’ho aiutata forse a risvegliare il guerriero interiore che attraversa le paure? O, forse, le ho solo insegnato che se rinuncia a ciò che sente giusto ottiene ciò di cui crede di aver giustamente bisogno. Il pensiero che questo faccia di me un cattivo padre, ha iniziato ad insinuarsi nel mio animo.

Non posso chiedere a mia figlia: “Piccola, quanto hai davvero bisogno di partecipare a quella gita?”, no, non avrebbe senso porle ora questa domanda. Ma la pongo a me, e mi chiedo: quanto ognuno di noi ha davvero bisogno di ciò che sente di aver bisogno?
Di cosa non possiamo fare veramente a meno?Quanto spazio sentiamo la necessità di occupare?

Quanto tempo ci occorre?

Quanto cibo?

Quanti oggetti?

Quanta “evasione”?

Quanto “credere”?

Quanto denaro?

Quanta attenzione?

Quanto riconoscimento?

Quanto amore?

Quanto… quanto… quanto…

Quante minacce, quanti ricatti… Eppure, quante opportunità. Perché proprio in virtù di una minaccia esiste la possibilità dell’opportunità. Se non altro l’opportunità di rendersi conto che quel bisogno non è poi così necessario.

Dunque, di che cosa abbiamo veramente bisogno?

E se quel bisogno che sentiamo fosse niente? Se addirittura fosse solo un po’ di niente -anzi, di Niente- il vero bisogno, ora? Un Niente pregnante e colmo nella sua assenza di bisogno; un Niente che possa lasciar riposare un’anima ripetitivamente a caccia ma perennemente affannata, d’un affanno più da preda che da predatore; un’anima, in verità, già stanca al solo pensiero di quei bisogni da soddisfare.

E se smettessimo di soddisfarli questi bisogni? Cosa accadrebbe? Il baratro? Il vuoto? L’assenza di ogni riferimento? La fame? Il freddo? La noia? La solitudine? La paura? Il dolore? La morte? Davvero non possiamo reggere il senso di insoddisfazione, di smania, di ansia da bisogno? Cosa potrebbe mai accadere?

Pensiamo e sentiamo di aver bisogno di qualcosa o di qualcuno per pensarci e sentirci soddisfatti, saturi, liberi e potenti, ma solo fino al prossimo bisogno, e a quello dopo ancora e ancora e ancora… dipendenza delle dipendenze. E questo finché non diverrà chiaro in noi che stiamo solo cercando di soddisfare, in una cieca corsa furiosa, “il bisogno di aver bisogno”.

Forse, iniziando a ridurre il bisogno di cui siamo assuefatti -e ripeto, forse-, potremmo iniziare seriamente ad accorgerci -e ribadisco, forse- di un fatto semplice quanto sconvolgente: che il bisogno annebbia la Verità di noi, la Verità di Ciò che È.

Ma la Verità di ciò che È, spesso, ci fa paura. Meglio, molto meglio, continuare ad ammantarla di bisogno, e di bisogni. Eppure, più alta è la minaccia ai nostri bisogni più grande è l’opportunità di disvelare l’essenza di ciò che siamo. Questa è l’opportunità della Trasformazione.

Quando lo stimolo della minaccia da parte di chicchessia sarà da chi lo riceve tramutato istintivamente, organicamente, naturalmente, fluidamente in un sentire di opportunità, allora colui che ha minacciato avrà perso. Perché? Semplicemente perché quella minaccia non avrà più potere dal momento che diventiamo capaci di cogliere l’evidenza profonda che nessun bisogno è davvero indispensabile, e che i bisogni, tutti i bisogni, sono in realtà intercambiabili tra loro, plasmabili, trasformabili. E questa naturale plasticità dei bisogni è uno dei prerequisiti per il processo di Trasformazione del nostro Sé verso lo Sviluppo, del nostro Io che È.

Ad ogni livello di esistenza, in virtù della Verità di ciò che È, meno bisogni sentiamo necessari e rigidi, meno siamo ricattabili; meno siamo ricattabili, più siamo Liberi.

Ma viviamo ancora un’epoca di continue minacce, ai nostri bisogni o a ciò che sentiamo e pensiamo essere tali.

Perciò questo potrei forse insegnare a mia figlia: ad iniziare a distinguere la Verità di Sé dall’essenza fittizia dei bisogni. E siccome nessun mio precetto o pensiero filosofico potrà mai sostituire la sua esperienza diretta, non mi resta che lasciare che sperimenti, che esperisca il bisogno fittizio, la minaccia, il ricatto, e che ceda sotto quel peso tutte le volte che sarà necessario affinché colga la naturale plasticità dei bisogni, la percezione della Verità di Sé, e la sensazione della Libertà come affrancamento da qualsiasi bisogno o da ciò che sentiva e pensava essere tale. A quel punto, minaccia e ricatto non avranno più alcun potere sulla sua anima, quel punto al confine -la linea d’ombra- dove il mondo dell’Orfano, archetipicamente parlando, cede all’orizzonte vasto del Guerriero che è chiamata a risvegliare. Che tutti noi siamo chiamati a risvegliare. Il pensiero allora che tutto questo faccia di me un cattivo padre, inizia a dissolversi dal mio animo.

Ma viviamo ancora un’epoca di continue minacce, ai nostri bisogni o a ciò che sentiamo e pensiamo essere tali.

E per questo, forse, è il caso che ciascuno di noi smetta di obbedire.

Valentino Infuso

Canale Telegram di Porto X:

http://t.me/Porto_X

Valentino Infuso

“Tempo fa, ero solito rispondere attore o regista, drammaturgo o scrittore, performer, trainer o mascheraio, eccetera. Ma questo è parte di ciò che faccio, di ciò che sperimento, non ciò che sono. Ho perso il conto di tutte le volte che ho sentito rivolgermi questa domanda, a cui comunque qualcosa devo. Le devo un Viaggio in cui, per alcuni istanti in moto di notte attraverso i mutevoli paesaggi d’Aragona in cerca di tracce per il mio romanzo, mi sono sentito un pazzo, un visionario, che poi le due cose vanno dannatamente d'accordo. Devo a questa domanda quasi ogni mia partenza, quasi ogni mio Viaggio, ogni lacrima che ho visto o sentito scendere sul volto di chi non capiva chi ero e cosa cercavo. Oggi, sulla banchina di Porto X posso dire che in parte so, in questo momento, chi sono: un cercatore. Ho appreso che in ogni azione, in ogni gesto, anche quelli ritenuti scontati e banali, si nascondono sempre delle possibilità fino a quel momento inesplorate; ho appreso che ogni atto può essere un atto di pura Magia. In ogni cosa, piccola o grande, in ogni incontro, in ogni luogo, per quanto possibile e nei limiti attuali dell'espansione del mio essere, siamo chiamati alla ricerca, oltre le paure, di quel qualcosa di vero e di unico che sta spesso al di là del visibile. La strada è lunga e irta di distrazioni ma, qualsiasi sia la disciplina, l'arte o l'espressione utilizzata, è questa ormai l'essenza della mia pratica, l'unica che posso trasmettere al mondo. Sono un cercatore... un cercatore di Magia, e lo sei anche tu che stai per giungere... a Porto X.” Valentino Infuso

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Gian Franco Zavoli

Quando si agisce, bisogna agire in conoscenza di causa, ma la gente comune non è informata e di conseguenza non capisce il lockdown e il grande reset. Bisogna sapere che le risorse non rinnovabili diminuiranno di anno in anno fino ad esaurirsi e questo provocherà il collasso della civilizzazione industriale, con conseguente morte della metà della popolazione per mancanza di cibo. Per evitare questo, si cerca di fare il Grande Reset, che consiste a togliere il capitale ai capitalisti per farli diventare poveri come tutti, in questo modo si economizzeranno i metalli, per continuare a fare le macchine agricole per creare il cibo e permettere di dimezzare la popolazione con il controllo delle nascite, prima che le miniere siano esaurite. Ma i tempi stringono…….e se non si riesce a fare il Grande Reset, un consiglio, andate ad abitare in campagna, perchè se arriva il collasso, il cibo non giungerà più nelle grandi città.

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mirko

…ma…davvero c’è la necessità di giustificarsi? Si agisce… no, mi correggo: si agisca in coscienza e si assumano le conseguenti responsabilità. Punto. Si ritiene preferibile ricattare pur di raggiungere un obiettivo? Un futuro adulto deve essere educato all’opportunismo per assicurarsi il “bene supremo” della sopravvivenza? A che scopo, poi, piagnucolare crogiolandosi nei dubbi? Piaccia o no, le “regole”, anche quelle subite, si condividono (e mi piace l’ambiguità della frase: meditateci!). La via? Il libero arbitrio? Semplice: è la scelta se condividere o no la regola. Noi siamo la regola. (…e poi parlano di ascendere alla quinta dimensione: neppure sanno dove sono posati i loro piedi!)

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