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INVASIONI LAMPO

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Invasioni lampo, occupazioni ingiustificate, cambi di governo. L’esempio della Libia di Gheddafi e il tentativo di emancipazione economica monetaria africana.

Sono documenti che sembrano ormai obsoleti ma in realtà tornano oggi alla ribalta e sono di grande attualità. Nel 2016, quando le e-mail dell’allora segretario di Stato americano Hilary Clinton vennero rese pubbliche, si scoprì la vera ragione dell’attacco Nato contro la Libia di Gheddafi: il rais, amato e sostenuto in tutta l’Africa, aveva piani per una moneta unica africana per staccarsi dal giogo del dollaro e dalla colonizzazione occidentale. Il piano era quello di sostenerla con riserve auree e d’argento che lui stesso aveva accumulato con la vendita di petrolio.

Fa ridere che in Occidente i leader e l’opinione pubblica libera bolli di dittatore, terrorista e criminale ogni leader che non accetti il giogo imposto dalle sue istituzioni finanziarie, politiche e “umanitarie”. Chi alza la voce è una minaccia che va schiacciata. Ne abbiamo viste di belle negli ultimi anni. Dai leader africani post indipendentisti come Lumumba e Sankara, e la difesa di criminali come Paul Kagame oppure con le invasioni ingiustificate di paesi come Afghanistan, Iraq, Mali, Niger e la creazione di gruppi terroristi invasati e spietati. La lista si allungherebbe troppo. Chiaramente ci riferiamo a Stati Uniti come Francia, Gran Bretagna Italia Germania e tutto il blocco occidentale.

È una politica subdola e ben organizzata. Creare il caos, distruggere economia, sistema sociale, culturale per poi penetrare il territorio con istituzioni autoritarie, governi fantocci, Ong e politiche scellerate del cosiddetto “sviluppo” per soggiogare interi paesi all’ideologia occidentale e mantenere l’assistenzialismo e il sottosviluppo, millantando allo stesso momento obiettivi del tutto infattibili a cui nessuno crede. Tratteremo anche di questi argomenti. Se questa è la versione soft dell’occupazione – di stampo soprattutto anglosassone con Nazioni Unite, Banca Mondiale, FMI, Ong e i loro scagnozzi preferiti, i giornalisti “Liberal” che divulgano i loro messaggi- la versione hard è l’uso della forza militare, delle rivoluzioni (Primavere Arabe, rivoluzioni colorate, golpe improvvisi, chi più ne ha più ne metta…).

È questo il trattamento riservato ai più recalcitranti. Ai più duri, più “coraggiosi”, che sfidano l’impero del male. Saddam Hussein e Mu’ammar Gheddafi ne sono solo due esempi. Schiacciati mediaticamente prima e poi letteralmente con morti atroci poi, giustificate ormai dalla popolazione mondiale imbevuta di fandonie. Ma perché? Dittatori spietati? Oppure personaggi scomodi?

Direi più la seconda. Non possiamo dire che siano stati angeli. Ma se parliamo dei motivi “macro” che hanno segnato la loro fine, entrambi, in questo caso, hanno deciso di rifiutare le imposizioni monetarie e finanziarie occidentali. Da eliminare. Il caso di Mu’ammar Gheddafi però, è grandioso.

Chi ha girato l’Africa può trovare ancora oggi vestigi delle sue tracce sparsi un po’ ovunque sul continente nero. Gheddafi era forse il padre o il più accanito sostenitore del panafricanismo. Il suo paese era passato da essere uno fra i più poveri, con solamente dune e deserto, al più ricco, con istituzioni funzionanti, benessere educazione, acqua cibo sanità gratuita. Ma i suoi piani non si fermavano alla Libia. Aveva mire su tutta l’Africa, cercando di rompere quel cordone ombelicale di molti paesi con i propri aguzzini europei e americani: creare una moneta unica africana, una banca centrale africana, sostenuta da oro e argento. Eccco la sua proposta. Fare questo avrebbe comportato una scissione delle nazioni africane dal dollaro e dal giogo delle potenze mondiali che sotto falsi pretesti, continuano ancora oggi a depredare e tenere l’Africa nella miseria economica (basti pensare al franco CFA, il cui nome significava “Franc des colonies françaises d’Afrique” inizialmente, e oggi, per renderlo al passo con i tempi di quel falso perbenismo, è stato denominato Franco della Comunità finanziaria africana, appartenente alle comunità economiche dell’Africa occidentale e centrale, che ha ancora oggi obbligatoriamente le sue riserve a Parigi, due francesi nei consigli di amministrazione delle due banche).

Non siamo di fronte, ahimé, a teorie della cospirazione. Un po’ di logica basterebbe. Ma qui abbiamo di più: documenti, email, articoli che provano questo. Chiaramente nascosti dal mainstream o rimasti negletti.

La Libia, prima del 2011, anno dell’inizio della “rivoluzione”, era indipendente economicamente e si preparava a fare lo stesso con il continente nero. Ma Gheddafi, come detto, era scomodo. Andava eliminato e così anche il benessere del suo popolo perché era riuscito a far diventare il suo paese indipendente economicamente, senza debito. Qualcosa che, secondo la politica del FMI e quindi di Washington, era inaccettabile. L’opera forse più incredibile, l’impianto di irrigazione più grande al mondo, il “Great Man-Made River” datato del 1984 e costato 33 miliardi di dollari finanziati dal governo libico senza debito, era la prova che l’Africa poteva farcela e che il deserto del Sahara, nel sottosuolo, ha un bacino idrico spaventoso (altro che carestia) https://www.dandc.eu/en/article/libya-has-worlds-largest-irrigation-project.

La Nato, dopo che Gheddafi era riuscito a sedare le prime sommosse nel 2011, ha deciso di intervenire duramente, distruggendo il paese, e in particolare proprio gli impianti di irrigazione e le sedi delle riserve auree nella banca centrale.

Tutto provato grazie alle email della cabalista Clinton, rilasciate nel 2016 al pubblico, dove si evincono i seguenti passaggi, riportati anche su questo sito (https://iai.tv/articles/why-they-killed-gaddafi-auid-1757):

Una delle mail della Clinton, datata 2 Aprile 2011, riportava quanto segue: “Il governo di Gheddafii possiede 143 tonnellate di oro a una quantità simile di argento… Questa quantità è stata accumulata prima della ribellione e sarebbe servita per creare una moneta panafricana basata sul Dinaro libico aureo. Questo piano era volto a dare ai paesi dell’area francofona un’alternativa al Franco CFA”

“Secondo persone ben informate, questa quantità di oro e argento varrebbe più di 7 miliardi di dollari. L’intelligence francese ha scoperto questo piano poco dopo l’inizio della ribellione e questo è stato uno dei fattori che ha portato il presidente Nicolas Sarkozy a spingere la Francia ad attaccare la Libia. Secondo queste persone, i piani di Sarkozy sono volti a:

  1. Accaparrarsi una parte più grande della produzione di petrolio libica
  2. Aumentare l’influenza francese in Nord Africa
  3. Migliorare la situazione politica in Francia
  4. Dare un’opportunità alle forze armate francesi di rimporsi a livello internazionale
  5. Risolvere i timori dei suoi consiglieri che vedevano nel progetto a lungo termine di Gheddafi una minaccia per il dominio francese sull’Africa francofona.

Il piano di Gheddafi risale al 2004. Fu pure votato dal parlamento Pan-africano con inizio prestabilito per il 2023. Nel 2009, quando divenne presidente dell’Unione Africana, Gheddafi lo propose ufficialmente. I paesi come Nigeria, Tunisia, Egitto, Angola, grandi produttori di petrolio nel continente, avevano deciso di aderire. Gheddafi, rifiutando di sottomettersi al gioco del FMI e di slegarsi dal petro-dollaro, vendendo il petrolio senza lo zampino yankee (come fece, d’altronde, Saddam Hussein con il dinaro iracheno), ha firmato la sua morte.

Bisogna eradicare il problema alla base, distruggere l’unità, o chi ha i mezzi per crearla. E così l’ennesimo sogno africano si è spento mostrando finalmente le vere intenzioni occidentali sul continente. Il concetto che io definisco la più grande idiozia del “aiutiamoli a casa loro” non sta in piedi se chi tieni soggiogati miliardi di persone sono proprio coloro che dicono di volerli aiutare. Ma il capitolo su questa perversione sarà oggetto di un prossimo articolo.

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Filippo Rossi è un giornalista-reporter italo svizzero. Da 7 anni ha collaborato per varie testate coprendo soprattutto conflitti e crisi in Africa, Medio Oriente e Afghanistan. Filippo ha viaggiato, ha vissuto le zone di guerra e visto con i suoi occhi il dramma e la tragedia che ogni conflitto porta con sè. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo libro sulla migrazione, “Il gioco impossibile” (Dadò Editore, Locarno).