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LA FINE DEL DOMINIO DELLE ELITE DI DAVOS


Quando l’ultimo soldato americano in Afghanistan è partito dall’aeroporto Kharzai di Kabul, i giornalisti dei media mainstream sono andati totalmente in tilt non riuscendo a spiegare il senso di quello che stava succedendo. Dopo 20 anni di conflitti iniziati con due aerei che tutti noi abbiamo visto in TV conficcarsi nelle Torri Gemelle, arriva questo clamoroso crollo della realtà raccontata per ologrammi e narrazioni mediatiche. Si tratta di un cedimento strutturale delle élite di Davos che coincide con la caduta di Biden entro la fine dell’anno, di cui Garrett Ziegler, ex advisor alla Casa Bianca di Donald Trump, ha preconizzato in una diretta di DatabaseItalia la settimana appena conclusa. Ziegler ha previsto che Biden darà le dimissioni entro la fine dell’anno, e per capirne il motivo occorre soffermarsi su alcuni importanti accadimenti negletti dai media tradizionali per loro insipienza o sordida malafede.

Pochi mesi fa il leader dei Dem americani Joe Biden, all’atto del suo insediamento ci veniva dipinto da tutti i media come il genio politico globale che aveva sconfitto Trump sospinto dalla forza di un record di elettori di molto superiore anche a quello di Obama, nonché portatore di un consenso internazionale unanime. Il vice di Obama era arrivato alla Presidenza senza fare nemmeno un comizio affollato che ne attestasse il consenso, una condizione che sarebbe stata superata da una nuova normalità democratica sotto la Pandemia del virus cinese,  in cui i media e i social media, quasi come per i vaccini covid,  avevano saputo inoculare in testa alle persone il convincimento che un enorme massa di voti postali sarebbe stata espressa per Biden. Poco avrebbe dovuto importare che questa enorme massa di voti sarebbe comparsa improvvisamente dopo la chiusura delle urne, e che chi non era d’accordo con questa nuova normalità veniva censurato sui Social Media, tv e giornali come fossimo in una ‘normale’ dittatura.  La presidenza Biden è stata la realtà sebbene trattasi dell’unico caso nella Storia di un Presidente americano entrante, la cui elezione è in discussione 8 mesi dopo in molti grandi stati americani, continuando ad essere totalmente disconosciuta dal Presidente uscente Donald Trump, il quale ha assurdamente lasciato la Casa Bianca proclamandosi vincitore delle elezioni. A Davos evidentemente si aspettavano Trump abbarbicato alla poltrona ed infatti un bel ‘piattino’ gli era stato approntato su tale presupposto,  per il fine di scatenare una guerra civile americana in cui i patrioti sarebbero stati dipinti come la versione a stelle e strisce dei talebani, mentre Trump sarebbe stato narrato come un aspirante dittatore alla Saddam Hussein o alla Gheddafi. Ma l’uomo dai capelli arancioni ha reagito da saltellante cavallo matto sulla scacchiera globale, e anche in questa occasione ha combattuto queste potenti élite massonico aristocratiche a modo suo, cioè facendole esprimere come delle malattie inarrestabili,  cercando di contenere gli effetti sintomatici con un mix di farmaci naturali ad effetti collaterali indecifrabili per le intelligenze lineari, tuttavia nel senso di indirizzare a risolvere le cause del male alla lunga. Trump, infatti,  non ha difeso la legittimità delle elezioni che avrebbe coinciso con la lotta per la sua poltrona, e se ne è andato da sconfitto vittorioso (in realtà ha fatto finta di farlo), e non ha mai rispettato gli obblighi del silenzio politico a cui sarebbe stato chiamato se avesse riconosciuto Biden vincitore. Perciò oggi più che mai irride Sleepy  Joe  che dorme durante i meeting, beffandosi delle bucce di banana che stanno mandando con il culo per terra sia lui, sia chi aveva confidato in lui, mentre si attende l’esito degli audit forensi sui brogli alle elezioni 2020, l’aspetto meno importante di quanto mi accingo a raccontare e spiegare.

Le presidenziali americane sono state segnate dalla situazione di emergenza Covid 19 e dalla truffa del voto postale che ha mascherato i presunti vincitori in seno alla più grande Democrazia al Mondo alla stregua di banditi a volto coperto, ma questi banditi sono espressione di un Sistema malvagio e corrotto, non la causa del Sistema. La competizione è avvenuta a colpi di hacker informatici, avvocati, bugie e camioncini postali guidati da mafiosi,  e ha costituito l’equivalente della battaglia tra gli Uboat (i sottomarini nazisti) e le navi mercantili  dell’Atlantico nei primi anni della II° Guerra Mondiale, una battaglia sotto il livello del mare e non riferita nelle prime cronache della Storia, perché tenuta a colpi di servizi segreti, decodificatori di codici e nuove metodologie tecnologiche che dall’avvento della macchina di Turing in poi hanno visto alla fine soccombere il regime del pupillo del Cartello farmaceutico di quel periodo, Adolf Hitler. Ad ottanta anni di distanza dalla Seconda Guerra Mondiale i discendenti di quelle élite  aristocratiche a supporto dei nazisti, che da sempre concepiscono il cammino degli esseri umani con un bastone del comando saldamente adoperato dall’alto verso il basso in senso di sociologia a ordine gerarchico rigido, si stanno fronteggiando con quelle democratico-umanistiche,  scontrandosi sul senso lungo cui introdurre nel cammino dell’Umanità molte nuove tecnologie. Mi riferisco, ad esempio,  ai computer con intelligenze artificiali, agli algoritmi quantistici, ai nanocircuiti o all’applicazione delle trasmissioni in remoto anche in relazione al corpo umano, ed è solo per questi motivi se ci troviamo in uno scenario di emergenza pandemica da guerra fredda, non potendo più le élite causare conflitti bellici tradizionali tra stati di volta in volta schierati con loro o contro di loro, così come accaduto in tante epoche passate. 

Le èlite di Davos,  capeggiata dal suo front man Klaus Schwab (l’uomo in copertina nell’articolo), ha coltivato il sogno di poter imporre un Great Reset ed una società occidentale sotto un ordine mondiale non più democratico e con politiche statali autodeterminate dai vari popoli, nemmeno in apparenza come concessoci negli ultimi due decenni,  cioè all’insegna dell’esercizio di un potere con dei il Re di bastoni;  ovviamente trattasi di bastoni moderni altamente tecnologici e di sofisticata base eugenetica. Purtroppo per loro piano del Great Reset è stato troppo accelerato per riuscire, nonché disturbato a causa dei sassolini infilati da Putin e Trump in certi ingranaggi,  perciò esso è oggi destinato a fallire.  Biden è la statua del fallimento dei piani di queste élite di Davos e le vicende afgane costituiscono una plastica rappresentazione di questo insuccesso. 

Dopo nemmeno 8 mesi dalla cerimonia di insediamento tetra e finta, Biden si accinge a consegnarsi alla Storia con l’immagine di un pugile suonato che non si regge in piedi mentre sale le scalette del ring alla sua prima uscita sull’Air Force One. Il claudicante presidente eletto a furor di un popolo di postini, hacker, giornalisti venduti e  fact checker intenti a tappare la bocca a tutti i dissidenti, lo stordito ottantenne  ha racimolato una sfilza di sconfitte politiche una più pesante dell’altra, ed oggi barcolla nell’incapacità assoluta di far capire al Mondo quello che è successo in Afghanistan. La sconfitta in Afghanistan non è di Biden, né è quella di un’America che fugge dinanzi ad un avversario ridicolo, che oggi sappiamo mai realmente esistito, ma è la definitiva alzata di testa della più potente organizzazione al Mondo, le Forze Armate USA, che si  sono definitivamente rivoltate contro i burattini delle élite  del Nuovo Ordine Mondiale. Biden, così come la gran parte dei leader della Democrazia USA dagli anni 90 in poi, è un burattino delle élite di Davos e oggi è umiliato perché i suoi burattinai sono stati sconfitti nel momento in cui sono stati costretti ad accelerare le mosse del Great Reset nonostante in America e Russia ci fossero due situazioni politiche a loro ferocemente avverse (Trump e Putin). Vi racconto in sintesi breve la cronaca di questa sconfitta.

Trump ci aveva detto: ad agosto ci saranno eventi dirompenti, e in effetti gli sconvolgimenti a Kabul sono destinati a dispiegare effetti in ogni angolo della Terra, soprattutto in Europa e in Italia, mettendo un giogo politico internazionale sopra a Mario Draghi, il presidente dei lavori del G20 che si terrà a Roma a fine ottobre 2021. Nessuno si dispera per la fine della guerra afghana, sostanzialmente ritenuta inutile dalla gran parte delle persone intelligenti, né Kabul è la capitale politica di alcunché di rilevante, tuttavia la fuga dell’Esercito USA da Kabul con l’abbandono dei collaboratori afghani del Nuovo Ordine Mondiale, è un segnale dell’Esercito USA che non solo si è sganciato dal partito DEM, cioè dai più importanti burattini di Davos,ma che minaccia chiunque sia fedele alle élite di Davos di far fare la stessa fine dei collaborazionisti afghani. La lezione di Kabul impartisce un ammonimento che terrorizza coloro i quali siano stati collaboratori dei Democratici americani o comunque burattini a servizio dei poteri di Davos, come i vari Draghi, Renzi, Letta, Monti e i tanti altri in Italia, oppure  Macron, Trudeau, Lagarde, Merkel con tutte le loro cascate di accoliti da sempre allineati all’insegna di quella ideologia denominata “Nuovo Ordine Mondiale”. Questi burattini di Davos si stanno dividendo tra coloro i quali continuano ad accelerare il velleitario Great Reset, come ad esempio accade in Italia,  e coloro i quali invece stanno già dando l’ordine ‘macchine indietro tutta’  sulla pandemia covid,  perché iniziano a  domandarsi cosa succederà loro qualora l’Esercito USA imponesse a Biden uno scenario di guerra nel pacifico alla Cina. Come farebbero a stare ancora allineati agli input del Global Economic Forum, che considera Pechino e il PCC il giocatore pivot della squadra del Nuovo Ordine Monsiale, se a Biden venisse intestata una guerra contro la Cina? Cosa accadrebbe in senso di reazioni popolari e carriere politiche qualora le colossali bugie retrostanti alla Globalizzazione e al Covid fossero rese di pubblico dominio in ragione di una guerra che imporrebbe altre narrazioni pubbliche contro la Cina e il Chinavirus?  

Se Biden o Harris fossero dei leader  realmente vittoriosi su Trump, essi dovrebbero spiegare quanto è successo in Afghanistan non tanto ai loro elettori in America, ma soprattutto ai loro alleati nel Mondo i quali, invece,  venerdì notte si sono visti recapitare una bomba atomica sotto ogni loro scrivania: il burattino Biden ha declassificato l’indagine dell’FBI su quanto realmente accaduto a New York l’11 settembre 2001, cioè ogni presupposto all’aggressione legittima dell’Afghanistan  e all’agire del Pentagono dominato dagli attori del Nuovo Ordine Mondiale dal 2001 in poi. Questo significa aver minato la stabilità di tutti i filoni di governo e di potere nel Mondo, insediatisi all’insegna delle massonerie aristocratiche e di ogni loro tentacolo, come ad esempio la Trilateral, il Club of Rome o il Bilderberg. Voler spiegare cosa sia stato in realtà l’11 settembre 2001 è come voler spiegare la reale natura della Pandemia Covid 19 (un contesto di arma biologica geopolitica), cioè materie che possono scatenare in Francia o in Italia nuove Sale della Pallacorda o impiccagioni collettive sulle tettoie delle pompe di benzina, e questo sia Macron che Draghi lo possono capire perfettamente.

I fatti di Kabul sono importanti perché ci dicono che i democratici in America non hanno più il controllo (e il rispetto) dell’Esercito Usa, quindi non hanno più alcun futuro. Qualora il pugile suonato Joe Biden si ostinasse a non gettare  la spugna o lo facesse per far salire sul ring Kamala Harris, il senso di quello che deve succedere non potrebbe essere fermato e forse sarebbe anche peggio per i democratici e i banchieri, perciò è molto più probabile un ritorno di Trump sfruttando gli audit forensi sulle elezioni presidenziali. La potenza dei tanti pugni ricevuti da Biden e dai banchieri, probabilmente indurrà a miti consigli i veri leader DEM, Hillary e Obama, sempre più silenziosi e intimoriti nella consapevolezza che Kamala Harris sarebbe una burattina capace di sostituire Biden salendo sul ring politico internazionale solo per esibire il cartello del numero di round, ancheggiando sinuosamente tra copertine patinate ed eccitanti servizi televisivi, ma non sarebbe certo in grado di ribaltare le sorti del match al suono di una campanella che darebbe l’inizio ad altre scariche di pugni sul tipo di quelli che nel seguito mi accingo a ricordare.

In questi poco meno di 8 mesi di Biden nulla è andato nella direzione di far credere che i DEM abbiano preso un qualche potere di guida delle istituzioni americane,  in grado di dispiegare in ambito geopolitico internazionale qualcosa di significativo. L’elenco delle sconfitte di Biden e del Nuovo Odine Mondiale  è assolutamente impressionante, e forse un avversario delle élite di Davos, come me,  dovrebbe augurarsi che Biden non duri solo altri tre anni, ma continui pure per i successivi 4!  A titolo di esempio si consideri la fine ingloriosa della grande amica di Hillary Clinton e Soros, Aung San Suu Kyi, deposta in Myanmar (Birmania), uno snodo di transito nella tratta di bambini,  con i giornalisti benpensanti sbigottiti per le insolenze dei militari birmani e la ‘desistenza’ dell’Esercito e della diplomazia USA. La Birmania è un piccolo stato ma l’accadimento era già assai enunciativo del nuovo corso all’insegna apparente della leadership di Biden, portatore di una realtà diametralmente contraria agli auspici del giornalismo più cialtronescamente globale. 

E cosa dire dell’incidente a traiettoria fallica della nave Evergreen nel Canale di Suez, che ha visto l’Egitto schierarsi come ribelle rispetto al potere globalista, squarciando così il fianco scoperto alla Via per la Seta, la base di un’ordine economico voluto da Davos che però è possibile da perseguire senza l’obbedienza ai Dem da parte dell’Esercito USA, e quindi anche senza l’allineamento al Globalismo dello stato geograficamente posto a metà tra l’Asia e l’Africa. Il presunto incidente della nave della compagnia in cui Hillary Clinton sedette nel Consiglio di Amministrazione prima della luminescente carriera politica, aveva visto la presenza in quelle acque di un gran numero di navi di Putin, grazie all’appoggio della Turchia (uno dei primi stati che si sganciò dal Nuovo Ordine Mondiale già nel 2016), e ciò ha voluto dimostrare l’impatto devastante dei disegni di Davos che un conflitto  nell’area avrebbe avuto nel senso di annichilire la movimentazione di merci e di energia proprio sulla Via della Seta.

 Forse per questo importante accadimento alla fine della primavera scorsa abbiamo avuto lo sconvolgente esito del G7  in Cornovaglia, in cui Trump non c’era, ma c’era ilMake America Great Again a fare la linea di schiacciamento della Cina, stupendo i padroni del discorso televisivo e tutte quelle schiere di giornalisti occidentali venduti al Partito Comunista Cinese, costretti obtorto collo a registrare un’alleanza dei paesi occidentali Anti-Cina,  portata avanti proprio dal loro beniamino anti-Trump e filocinese, Joe Biden. In quella occasione abbiamo visto per la prima volta Biden poter adoperare l’Air Force One, e poi abbiamo capito tutti perché non glie lo avessero messo a disposizione prima: evidentemente la scalette di accesso è troppo pericolosa per lui.

 Ed in ultimo, ma non per importanza, si deve considerare la politica della FED, che ha sparato creazioni di liquidità nell’ordine di trilioni di dollari con inflazione americana galoppante e già arrivata oltre il 5%, con ciò rinnegando la madre di tutti i ‘sacerdozi’  finanziari della Globalizzazione, con il presunto tetto del 2% di inflazione. Questa ultima cosa significa voler preparare un collasso capitalistico finanziario in borsa e nel sistema finanziario basato sulla moneta fiat, da intestare a Biden per schiantare i Dem e il potere dei banchieri di Davos, e non certo per impostare il declino controllato del dollaro in favore del capitalismo finanziario di Pechino, come aveva dichiarato di voler fare George Soros e così come era previsto del Great Reset di Davos. Appena insediatosi Biden, ricorderete la vicenda Game Stop, e come gli uomini a Wall Street delle élite di Davos fossero ‘malmenabili’ facilmente da giovani patrioti in grado di sfilare oltre un miliardo di dollari dalle tasche dei fondi speculativi, i quali per la prima volta fu dimostrato come potessere facilmente essere vittime di speculazione e non più carnefici. Questa piccola vicenda ha implicazioni molto significative nel senso di voler esercitare un nuovo dominio nel mondo finanziario, anche nel senso di contemplare la volontà di una crisi economica controllata a scapito dell’Alta finanza per creare le condizioni di un rilancio del dollaro rimodulando il sistema monetario con clausola d’emissione gold backed (o asset backed) e non più fiat (emessa creando debito), impiegando le intelligenze artificiali e le possibilità quantistiche non certo per telecomandare in remoto gli esseri umani e le loro possibilità di guarigione o malattia, bensì per esautorare i tecnocrati  del potere di impilare l’umanità in una piramide sociale la cui punta gode del 50% delle ricchezze, e tutti gli altri 8 miliardi di persone sono messi a stecchetto con il collarino del debito, come dei cagnolini che mangiano o meno se lo vuole il padrone.

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Per tutti questi motivi  l’agosto di Biden è stato molto più nero di quanto qualcuno potesse credere, ma non solo per le rilevazione delle prove dei brogli e le sopraffazioni attraverso cui lui è diventato Presidente con l’importante appoggio dei fact checker,  e che Mike Lindell ha pure esibito, ma per la improvvisa fuga da Kabul dell’Esercito e soprattutto un certo smascheramento delle bugie sul coronavirus che hanno dimostrato quanto certe narrazioni ‘scientifiche’ avessero  le gambe corte. La lezione Afghana a Biden, a tutti DEM e ai burattinai di Davos, è importantissima perché sancisce l’emancipazione del potente Esercito USA dal Nuovo Ordine Mondiale. Per questo Biden dovrebbe semplicemente arrendersi alla verità e consegnarsi a Trump come un tranquillo vecchietto destinato a terminare la sua vita nell’impegno lieto di portare il suo pastore tedesco al parco. Sul fronte interno, intanto,  non solo gli audit forensi vanno avanti, svelando la portata dei brogli e delle infiltrazioni dall’estero, con una modalità di tortura a stillicidio sulla fronte degli elettori democratici (per l’Istituto Rasmussen il 40 % degli elettori Dem dice che Biden deve dimettersi), ma da agosto in poi ci si è messa pure la Corte Suprema a ‘menare le mani’ sfasciando le possibilità dell’Amministrazione Biden.  Nelle ultime due settimane l’Amministrazione Biden si è vista arrivare due cazzotti improvvisi dalla Corte Suprema con due dei tre giudici nominati da Trump ‘tornati all’ovile’. In due rilevanti questioni politiche ed etiche,  quella delle immigrazioni dal Messico e  quella degli aborti, materie molto care ai  No Border oltre che a tutte quelle organizzazioni impegnate in ambito di mercificazioni degli esseri umani, come ad esempio le case farmaceutiche,  il Texas ha schiantato le élite di Davos infliggendo loro un secco due a zero. Inoltre gli audit forensi sulle presidenziali richiesti in 6 stati sono partiti già in 3, e il computo dei grandi elettori in gioco (Arizona, Pennsilvania e Wisconsin) ammonta a 41 ed è sufficiente a ribaltare, facendo calare Biden sotto 270 dal 306 in cui è, e di converso facendo superare quota 270 a Trump. Come se tutto ciò non bastasse, da questa prossima settimana, in particolare la Pfizer, ma anche tutte le altre case farmaceutiche impegnate nella ‘lotta’ alla pandemia, saranno chiamate dalla Food and Drug Agency a fare chiarezza ufficialmente sul materiale contenuto dei vaccini, e sui casi di particolari contenuti velenosi, così come accaduto in Giappone per 2 milioni e seicentomila dosi, dove già sono fioccati arresti di colletti bianchi a capo dei camici bianchi giapponesi.

La partita del Great Reset è chiusa e le élite di Davos  l’hanno persa. Oggi tutti i leader delle democrazie occidentali cedevoli al Great Reset,  sono come rinchiusi nel loro bunker, tipo Hitler che tuttavia continuava a fare l’arrogante anche se sapeva imminente l’arrivo di soldati russi o americani giungenti per venire a prenderlo. Tutti loro avevano una fede malriposta nella elezione di Joe Biden, ed essa si è rivelata un bluff che li ha portati ad esporsi sempre di più, fino a portarli ad un abbandono traumatico della ragione. Se il presidente democratico non si arrendesse a Trump, cosa potrebbe fare in chiave internazionale per tutti loro? Potrebbe sedersi al tavolo del G20, sfidando Putin, dopo aver dato una plastica dimostrazione di avere il Pentagono contro? Biden potrebbe sfidare il Texas e la Corte Suprema, e puntare a creare un consenso alle elezioni  Midterm con un piano di ripresa basato su migliaia di miliardi di dollari di espansione monetaria, rischiando di intestarsi (o comunque far intestare a Kamala Harris nel caso di sue dimissioni) una riedizione della crisi del 1929, anche se questa volta invertita per il fine di spogliare le élite aristocratiche come abbiamo visto nella piccola vicenda di Game Stop? Sotto il profilo economico i livelli di inflazione USA iniziano a essere un campanello d’allarme che suona come il gong di un round in cui altri pugni stanno per arrivare  e possono uccidere, e non solo tramortire. Biden oggi è il simbolo di una sconfitta, cioè un pugile suonato, molto  indeciso se gettare la spugna o se passare il testimone a Harris,  la quale anche lei non avrebbe più nemmeno il sostegno mediatico di Barak Obama, da mesi in silenzio. Obama è stato  distrutto politicamente attraverso il boomerang Russiagate-Obamagate che ha scassato l’armonia del Deep state nelle agenzie americane, squarciando la faccia e impastando la bocca dell’ex Presidente DEM,  e infatti quell’aura magica che un tempo i media gli avevano conferito si è dissolta pure quando le storiacce di satanismo, in cui è soprattutto coinvolta Hillary Clinton e il loro comune braccio destro, John Podesta, hanno attecchito almeno in una mezza America.  A prescindere da quelle vicende di pedosatanismo,  i leader Dem si vedono sfracellati al suolo dopo la vicenda di kabul, maturando la consapevolezza che senza la possibilità da parte di Biden o Harris di poter dirigere il Pentagono e indirettamente la Fed, non esiste nessun potere del Presidente Usa in America né nel Mondo, checché ne dicano i media mainstream.

La conferenza stampa di Biden dopo l’uccisione di quella dozzina di marines a Kabul, vittime di un patetico tentativo di rinverdire i fasti dell’11 settembre 2001 o delle primavere arabe avvenute con il Segretario di Stato “Sempre Verde” che faceva trucidare finanche l’ambasciatore americano in Libia,  è stato un ultimo isterico sussulto di frustrazione DEM a scapito di una realtà politica pregiudicata,  che non vedo come possa essere ribaltata. L’uccisione dei 12 militari ha aggravato la situazione di marcescenza DEM e la fine di un Presidente Usa che, anche così,  si è scollato definitivamente dalla più potente  organizzazione di mezzi e di uomini al Mondo, cioè le Forze Armate americane. Kamala Harris, poi,  ci ha messo del suo e non ne ha indovinata una negli ultimi mesi, quindi  sembra anche lei consegnata ad una recita da personaggio cattivo destinato ad essere odiato dal Popolo. Se Biden si arrendesse tout court, a me quasi dispiacerebbe non potere vedere  questa copertina da Vanity Fair  ‘Presidente’ per qualche mese, non fosse altro per poterla vedere presa a schiaffi insieme a quei finanziari di Wall Strett che l’avevano imposta nonostante la figura ridicola già fatta da questa donna alle primarie Dem dello scorso anno,  da cui Kamala subito si ritirò in forza di un’assenza totale di consenso nonostante il grande appoggio mediatico e finanziario. E’ indubbio secondo me,  che la candidata più ricca e smagliante in senso mediatico radical chic, quella che risultò di gran lunga come la meno votata ed apprezzata anche dal popolo democratico, sia il personaggio migliore per suggellare con infamia la fine dei burattini di Davos alla Presidenza degli Stati Uniti, anche più di Biden, che almeno in giovane età un po’ di voti se li era saputi guadagnare mettendosi ad interagire faccia a faccia con la gente, così come deve saper fare un leader democratico.

Per i globalisti corrono i bruttissimi tempi della loro fine, e al problema americano si devono considerare in conseguenza la fine di tanti leader di altri paesi. L’Unione Europea inizia a interrogarsi preconizzando anche la fine di sé stessa. Non è un caso se la Merkel abbia dato grandi segni di cedevolezza rispetto ai ‘doveri internazionali’ di ossequio e sacrificio in nome della pantomima covid19, ed evidentemente lei non ha  intenzione di fare la fine di Hitler chiuso nel bunker, una evenienza che arriverà qualora i grandi banchieri non si arrendessero e la crisi finanziaria deflagrasse con l’esplosione dell’inflazione. Le élite di Davos sono in un angolo e sono costrette ad appoggiarsi a Macron e Draghi per il prossimo importante G20 che si terrà a Roma, poiché la Merkel si è defilata e Biden, che prometteva il ritorno dell’America  “America is back”, dopo i fatti di Kabul è sempre più convertito obtorto collo ad un “America first”  o ad un “Make America Great Again” a sua unica scelta. Quello che è sicuro al 100% dopo i fatti di Kabul, è che  l’UE è stata tagliata fuori dalle decisioni più importanti sul fronte del Pentagono e della politica monetaria,  quindi la signora Lagarde potrà anche rispondere agli input di Klaus Schwab, così come farà Macron e chiederanno di fare a Draghi, ma allo stato attuale tutti loro potranno solo subire pesantemente perché nessuno di loro, o dei loro sponsor, ha la forza per condurre un gioco che può diventare molto pericoloso e violento. L’Italia e il Regno Unito avevano provato a far desistere gli Usa dal ritiro afgano ad agosto, ricevendo però una  “porta in faccia” a stelle e strisce, che ci fa capire come il contributo dei servizi deviati all’elezione di Biden non abbia portato assolutamente nulla di buono, e potrebbe essere invece foriero di contraccolpi devastanti. 



In questa prospettiva l’occhio di bue sul teatro della scena internazionale è tutto su Mario Draghi, il leader di governo della Penisola in cui la civiltà occidentale è iniziata, nonché la Nazione in cui ‘inavvertitamente’ è iniziato il battito d’ali di pipistrelli della zuppa di virus di Wuhan, cioè quella ‘pantomima’ di lacrime e sangue innocente che ha cercato di indirizzare il Mondo Occidentale in un campo di concentramento denominato Great Reset. Draghi, tuttora,  fa il muso duro e inasprisce l’emergenza democratica da Covid 19 ai danni delle libertà popolari, tuttavia rischia una fallimentare organizzazione del G20 se non cambia subito il registro e i suoi interlocutori privilegiati!  Nessun leader politico di un Paese Occidentale oggi potrebbe fare affidamento su Joe Biden dopo gli schiaffi di Kabul, quindi per risolvere le tantissime crisi in atto, a cominciare da quelle sottese ai rapporti con la Cina, bisogna che Draghi parli con membri dello staff internazionale  accanto a Donald Trump o Mike Pompeo per assumere buone indicazioni,  e subito dopo raccordarsi con chi nel G20 sta seduto ‘sulla riva del fiume’ portando al tavolo la seconda forza militare al Mondo, e cioè Vladimir Putin. Ai membri delle élite di Davos, gli sconfitti,  il pallore pervaderà la faccia ma questa è la situazione e non c’è altro da fare. L’élite di Davos ha perso! Si arrenda! 

 L’alternativa che Draghi ha è il disastro politico del G20 e rischiare di far scaldare gli animi nel Pacifico a scapito della Cina, e per i suoi ex padroni sarebbe anche molto peggio. Considerate che nel Pacifico, dove c’è la maggiore potenza di uomini e mezzi delle Forze Armate Usa, il capo dei militari è un generale che di cognome fa Flynn. Vi dice niente?  Si tratta del fratello minore di quel Michael che si scontrò con Obama per quasi otto anni, e che era ritenuto il più concreto e pericoloso nemico del Nuovo Ordine Mondiale. Draghi dovrà obbligatoriamente organizzare i lavori internazionali di ottobre nel senso di riconoscere Putin come interlocutore politico privilegiato dell’Occidente in chiave anti-Cina, e di converso anche anti-Great Reset, perché l’Occidente non avrà democrazie dagli occhi a mandorla. Il presidente Biden nei suoi ultimi discorsi non ha mai citato sia la Nato, sia gli alleati europei quando ha parlato del ritiro dall’Afghanistan, con ciò obbedendo ad una linea chiaramente riconducibile a Trump, nel senso di ritagliare un ruolo significativo a Putin. Biden, infatti, non può convincere gli alleati europei a continuare ad essere degli utili idioti in chiave anti Putin, così come Klaus Schwab vorrebbe continuare ad imporre. Il segretario della Nato, Jens Stoltenberg, ha fatto comprendere che l’Ue paga poco e quindi conta pochissimo, e anche in questa ottica sembra anche lui un pupazzo del ventriloquo Trump, leader de facto dell’America e del Mondo, in maniera più forte che mai. Da Bruxelles e dalle varie capitali europee giungono voci sempre più insistenti che caldeggiano  una nuova “autonomia strategica” europea, ma a me appare sempre più come velleitaria e ridicola, l’ennesimo sussulto proveniente da Davos incapace di tradurre questo freddo auspicio tecnocratico in qualcosa di concretamente applicato a miliardi di uomini fatti di carni, sangue, passioni e identità, che non sono stati ancora pregiudicati dall’ossido di grafene. L’UE è un politburo astrattamente a capo di un continente che non è unito nella Difesa né in politica estera, quindi il sussulto di Davos  dopo il disastro afghano di Biden, appare come la fantasia di Hitler di poter ribaltare l’esito della Guerra persa mandando a combattere i sedicenni della Germania. L’Europa, in realtà, non è stata mai ascoltata ed è politicamente adolescente, ma potrebbe trovarsi un’ondata di profughi per una guerra iniziata con la truffa del 11 settembre 2001, e continuata in ragione della pandemia di covid19 che non ha ormai nessuna ragione di poter favorire i disegni di un élite che ha perso anche la III° Guerra Mondiale. 

Nel momento in cui il presidente degli Stati Uniti ha osservato, impotente, il ritiro da Kabul, deve registrarsi la sua resa senza condizioni, quindi le sue dimissioni o gli audit forensi sono mere formalità. L’unica speranza, una pia speranza,  a favore teorico della combriccola di furfanti di  Davos, sembra essere  quella di provare a ribaltare il corso degli eventi continuando con la ‘lotta al virus’ e con un’iniezione di soldi che produca consenso o sconvolgimenti, in prospettiva di ‘lotta al cambiamento climatico’ e altre amenità radical chic, per causare eventi  squassanti come la crisi del 1929 che alla fine portò ad un regolamento di conti in Guerra. Per questa all’orizzonte di tutto ciò c’è la Cina, che osserva le prossime mosse Usa, e non di Biden,  con molta attenzione e timore. Il pericolo per i cinesi è quello di aver confidato un po’ troppo sul dominio delle élite di Davos,  quindi è insito nella possibilità che qualcuno tra Washington, Roma e Londra abbia agito sotto traccia senza far capire nulla a nessuno nel senso di poter individuare un capretto espiatorio in Pechino.  In Occidente si fa finta di combattere la pandemia Covid e facendo arrabbiare il Popolo rivelando alcune verità,  qualcuno potrebbe voler curare la causa del male e non gli effetti,  scatenando una guerra nel Pacifico finalizzata a strappare il regime del PCC di Pechino dai libri di Storia, e così bonificare Pechino dalle turbe sataniste per i secoli a venire. Questa possibilità potrebbe essere eseguita facendo  intestare una guerra a Biden o Harris. Tutti sappiamo che Trump non ha mai fatto guerre e probabilmente non farebbe mai una guerra contro la Cina. Tuttavia,  per fortuna, così come ci hanno raccontato tutti i giornali, il record di 81 milioni di voti ci hanno portato Biden e Harris, e questi due manichini potrebbero essere funzionali a qualcosa di sempre più buono.

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Gianmarco Landi

Gianmarco è un uomo della generazione X che oggi è alle soglie dei 49 anni e non ha ancora capito cosa quella X debba significare. E' nato a Brindisi ma vive da 29 anni a Bologna, dove si è laureato in economia, inizialmente specializzandosi in Contabilità Nazionale. Attualmente si occupa di consulenze nel settore finanziario a banchieri e manager finanziari internazionali, e in passato ha fatto il consulente in finanza aziendale alle PMI, l'assistente parlamentare, il consulente in marketing politico, il dirigente in una ONLUS, il funzionario in una holding finanziaria, il giornalista indipendente, e altre cose di apparente minore valenza in giovane età, come l'agente immobiliare, il venditore di tappeti e porcellane cinesi e il facchino sui Tir, esperienze egualmente significative per cercare di descriverlo. I suoi hobby sono innanzitutto il basket, che pratica tuttora nelle minors e sui playgrounds bolognesi (è tifoso della New Basket Brindisi e della Fortitudo Bologna), lo studio della Storia (ha fatto alcuni significativi esami universitari ma non è laureato anche in Storia) e il gioco degli scacchi, che pratica a livello dilettantesco. Per una decina d'anni a cavallo dei trenta anni ha tenuto le fila organizzative di una importante rete di associazioni culturali di area Centrodestra, attiva in tutta la regione Emilia Romagna, un'esperienza che lo ha formato nel senso di tentare di approcciare la realtà con ricerca multidisciplinare e devozione alla cultura umanistica tipicamente italiana. Da sempre è un cattolico molto disorientato, evidentemente precorrendo i tempi attuali, così come da sempre non è considerato di sinistra, anche se sotto molti versi, potrebbe esserlo senza mai averlo saputo. Questa 'limite' o 'merito' gli fu anche rivolto nel 2013 alla fine di un dibattito elettorale a TeleBari, dall'attuale sindaco di Bari De Caro, e dal segretario della Sinistra italiana, Fratoianni, entrambi infastiditi dal doversi confrontare dialetticamente senza chiari steccati ideologici con un liberale di centrodestra esperto di finanza pubblica e privata. Sin dall'inverno 2016 è un sostenitore di Donald Trump, ed è stato tra i primi a sostenere il Presidente del Make America Great Again qui in Italia, con innumerevoli e coraggiosi pezzi editi da Imola Oggi già alle primarie presidenziali del 2016.

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Angelica

Articolo superlativo! Unisce i puntini, a livello internazionale.

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