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LOCKDOWN E DIRITTO (COSTITUZIONALE) DI RESISTENZA

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In questi giorni si odono di nuovo spirare i venti del lockdown, l’incubo, che da quasi due anni, sta tormentando il mondo una volta detto libero. Il problema, però, è che i nostri incubi spesso siamo noi a renderli reali. Sì, nel momento in cui crediamo a quello che ci raccontano diventiamo parte di una narrazione condotta da altri. Quando accettiamo di prender parte ad un gioco, le cui regole vengono decise unilateralmente e cambiate ad uso e consumo del banco ogni volta che se ne presenti l’opportunità, ecco che siamo destinati a perdere, perché, si sa, il banco vince sempre. E allora, come resistere? Primum non cēdĕre alla narrazione soggiogante di un Governo cooptato e mai eletto dai cittadini. Pensare che il Governo abbia sempre e comunque la volontà e la capacità di portare avanti gli interessi dei cittadini è un abbaglio esiziale. In primo luogo perché il governo è composto da uomini e donne che possono sbagliare, anche se con le migliori intenzioni. In secondo luogo, quando il Parlamento non riflette più la volontà popolare e il Governo è nominato su “suggerimento” delle lobby internazionali dei filantropi, volte ad accumulare capitali su capitali a detrimento dei popoli astutamente depredati attraverso le solite politiche di austerità, c’è una ragione in più per dubitare e invertire l’onere della prova, soprattutto quando questo è già stato invertito dai governi, che considerano i loro cittadini evasori fiscali sino a prova contraria. Ma dopo quaranta o cinquant’anni di tv spazzatura, le menti dei più sono ormai naufragate nelle abissali profondità della catatonia. Se consideriamo, poi, che i salari sono scesi quasi ai livelli della Cina e che si lavora sempre di più per avere sempre meno, unitamente al fatto che da anni un’insulsa ciurmaglia di politicanti di malaffare ci ha rubato la speranza di vedere crescere il nostro Paese ad un tasso superiore allo “zero virgola” e di trovare un posto di lavoro decente, che possa permetterci una vita dignitosa e di pagare tranquillamente la rata del mutuo, allora si capisce come sia stato facile per il Potere narcotizzare quasi tutti, facendo sprofondare lentamente ma irreparabilmente il senso comune nelle sabbie mobili dell’inconcepibile che, una volta entrato in Parlamento, ne esce legge seppur con triste maggioranza bulgara. Il sistema della propaganda, però, è così forte che non serve nemmeno più l’iter legislativo: basta far credere che un atto amministrativo sia legge e il gioco è fatto. È sufficiente dire che «lo dice la legge» e tutti zitti e buoni ci credono, senza chiedersi ai sensi di quale articolo di legge qualcuno li possa comprimere nelle loro case, li possa sequestrare! Ebbene, per tutto questo tempo, il Governo ha emanato perlopiù atti amministrativi che non hanno forza di legge, cioè, non possono obbligare alcuno e, soprattutto, non possono limitare i diritti fondamentali garantiti da fonti superiori. Esiste, infatti, una gerarchia delle fonti. In primo luogo c’è la Costituzione e le leggi costituzionali, su cui si basa l’intero ordinamento giuridico. Poi, viene la legge ordinaria e, infine, i regolamenti governativi (fonti secondarie), tra cui i famosi DPCM, cioè, i decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, che sono meri atti amministrativi, dunque, non vincolanti (cfr. art. 17 L. 400/88). Ciò significa che se il ministro tal dei tali dice: «Da oggi tutti chiusi in casa!» o «Indossate il dispositivo di protezione anche a letto» oppure «Fate la puntura», chiunque può rispondere come Totò al tenente Kessler nel film capolavoro “I due marescialli”!

Se la maggior parte delle persone crede all’esistenza di una legge, anche se questa non esiste, realizzerà i suoi effetti. Per far cadere le illusorie aberrazioni totalitarie di chi reputa che il consiglio dei ministri sia sovrano e che, malgrado il dissenso delle folle, si debba comunque “tirar dritto”, è necessario prendere coscienza dei nostri DIRITTI garantiti dalla nostra COSTITUZIONE. L’articolo 13 è stato fissato per ricordarci che:

La libertà personale è inviolabile.

Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

L’art. 605 del codice penale tutela la libertà fisica dal reato di sequestro, il primo dei DELITTI CONTRO LA LIBERTÀ FISICA:

Chiunque priva taluno della libertà personale è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni.

La pena è della reclusione da uno a dieci anni, se il fatto è commesso:

1) in danno di un ascendente, di un discendente, o del coniuge;

2) da un pubblico ufficiale, con abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni.

Se il fatto di cui al primo comma è commesso in danno di un minore, si applica la pena della reclusione da tre a dodici anni. Se il fatto è commesso in presenza di taluna delle circostanze di cui al secondo comma, ovvero in danno di minore di anni quattordici o se il minore sequestrato è condotto o trattenuto all’estero, si applica la pena della reclusione da tre a quindici anni.

Se il colpevole cagiona la morte del minore sequestrato si applica la pena dell’ergastolo.

“Chiunque” vuol dire anche il primo ministro o il ministro della salute, le forze dell’ordine che obbediscono agli ordini illegittimi, etc. Se il colpevole (chiunque) sequestra un minore e questo muore a causa dell’inaccettabile condizione psico-fisica, si applica l’ergastolo. Se poi si causa la morte di migliaia di persone potrebbe emergere il reato di strage, che prevede la pena dell’ergastolo. Infine ci sono le circostanze aggravanti comuni ex art. 61 c.p. (motivi abietti o futili, delitti contro il patrimonio, etc). Come non pensare a Madame Lagarde, che ha auspicato un nuovo lockdown per calmierare l’inflazione? Ed ora ecco che arriva casualmente la quarta ondata, dopo che l’inflazione americana ha superato il 6,2%!

Ma come dobbiamo comportarci in presenza di norme anticostituzionali? L’art. 54 della Costituzione ci viene in soccorso:

Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.

I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.

Ai sensi del suddetto articolo, osservare la Costituzione e le leggi vuol dire disapplicare tutte quelle norme che violano i principi fondamentali, fossero anche decreti-legge o leggi (figuriamoci i DPCM). È il cosiddetto diritto di resistenza, che emerge dal combinato tra gli artt. 1, 2, 3 e 54. La Costituzione ci dice che per essere fedeli alla Repubblica NON bisogna OBBEDIRE alle norme che profanano la Costituzione e le leggi in armonia con la stessa. La disobbedienza civile davanti a qualsiasi norma illegittima e anticostituzionale è un obbligo e quindi non costituisce istigazione a disobbedire alle leggi (come ha asserito qualche personalità pubblica a digiuno di diritto con tanto di laurea in giurisprudenza), in quanto l’art. 415 c.p. si riferisce alle leggi giuste in armonia con la Costituzione. Se almeno 40 milioni di cittadini capissero questo semplice principio e cominciassero a denunciare chiunque privi taluno della libertà personale e chiunque si renda colpevole di strage, astenendosi altresì dall’osservare leggi inique, la Costituzione tornerebbe ad essere ciò che deve essere, cioè, il faro della nostra società, e saremmo di nuovo tutti liberi. Scriveva il filosofo Henry David Thoreau nel suo celebre saggio Disobbedienza civile:

Tutti riconoscono il diritto alla rivoluzione; vale a dire, il diritto di rifiutare l’obbedienza al governo e di resistere quando la sua tirannia o la sua incompetenza sono tremende e intollerabili.

Quando un sesto della popolazione – nella nazione che si è impegnata a essere il rifugio della libertà – è ridotto in schiavitù, e quando un intero paese è stato ingiustamente invaso e conquistato da un esercito straniero, e sottoposto alla legge marziale, penso che non sia troppo presto per gli uomini onesti ribellarsi e fare la rivoluzione. E il fatto che non sia il nostro paese a essere invaso, ma nostro sia l’esercito invasore, rende questo dovere ancora più urgente.  

Una minoranza è impotente fino a quando si conforma alla maggioranza; non la si può nemmeno definire minoranza in quel caso; ma è irresistibile quando fa ostruzione con tutto il suo peso. Se l’alternativa fosse tra tenere tutti gli uomini onesti in prigione, o smetterla con la guerra e la schiavitù, lo stato non avrebbe dubbi sulla scelta. Se quest’anno mille uomini non pagassero le tasse non compirebbero un’azione violenta e sanguinosa, la compiono invece pagandole, permettendo allo stato di esercitare la propria violenza e versare del sangue innocente. Questa, infatti, è la definizione di una rivoluzione pacifica, ammesso che ne possa esistere una. Se l’esattore delle tasse, o qualsiasi altro pubblico ufficiale, mi chiedesse, come è già successo: «E cosa dovrei fare io?» la mia risposta sarebbe (ed è stata): «Se vuoi realmente fare qualcosa, rinuncia alla tua carica». Quando il soggetto si rifiuta di obbedire, e il pubblico ufficiale abbandona la sua posizione, allora la rivoluzione è compiuta.

Mentre leggi, forse, ti starai chiedendo cosa potresti fare in questo momento. Un suggerimento, anzi due: 1) Prendi coscienza dei tuoi diritti; 2) aiuta gli altri a fare lo stesso. Condividi questo articolo con almeno tre persone e vedrai già qualche piccolo cambiamento intorno a te.

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