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L’ULTIMO ANTICRISTO 3 – IL MISTERO DEL KATÉCHON

Chi è il katéchon? A chi o a cosa si riferisce l’Apostolo? Una chiave di lettura nell’Apocalisse di Giovanni

Nel precedente articolo, abbiamo esaminato la figura dell’anticristo, l’uomo dell’anomia e figlio della distruzione, che si contrappone (cioè, si pone contro e di traverso) e si innalza (senza riuscirci) «sopra tutto ciò che è chiamato Dio o oggetto di culto». Non bisogna pensare che si sieda su un trono e dica: «Io sono Dio». Insediarsi nel tempio di Dio vuol dire prendere con la forza o l’inganno l’autorità sulla Chiesa (il tempio di Dio) e proferire insegnamenti che vanno contro la parola di Dio, ponendosi così al di sopra della Scrittura. L’anticristo «insulterà i santi dell’Altissimo [cioè, i veri cristiani che non lo seguono]; penserà di mutare i tempi e la legge. I santi gli saranno dati in mano per un tempo, tempi e metà di un tempo» (Daniele 7,25). Perché tutto questo, però, abbia inizio, è necessario che sia tolto di mezzo chi lo trattiene, cioè, il katéchon, come leggiamo nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi:

6E ora conoscete ciò che lo trattiene [τὸ κατέχον] per essere rivelato a suo tempo. 7Infatti, il mistero dell’iniquità già opera; solo che chi finora lo sta trattenendo [ὁ κατέχων] sia tolto dal mezzo . . . 8e allora sarà rivelato il senza legge – che il Signore Gesù distruggerà con il soffio della sua bocca e annienterà con la manifestazione della sua venuta – 9la cui venuta è secondo la forza di satana con ogni potenza e segni e prodigi di menzogna 10e con ogni seduzione d’ingiustizia per coloro che si perdono, perché non accolsero l’amore della verità per essere salvati. 11 E per questo Dio manda loro una forza di inganno perché essi credano alla menzogna, 12affinché siano giudicati tutti coloro che non credettero alla verità compiacendosi invece dell’ingiustizia (2Ts 2, 6-12). [1]

Chi o cosa è il katéchon? I tessalonicesi sembravano già saperlo, in quanto lo stesso Paolo gliene avrebbe dato spiegazione durante una sua visita. Le interpretazioni per noi restano numerose. Per alcuni, chi trattiene è l’impero romano o il sacro romano impero, per altri, in senso più astratto, lo Stato di diritto. C’è da notare che il termine katéchon compare due volte. Al v. 6, Paolo parla di «ciò che trattiene», al neutro, mentre al v. 7, il participio presente attivo è di genere maschile, «colui che trattiene». Si tratta in entrambe i casi di due impedimenti alla piena manifestazione dell’anticristo e della sua azione malvagia. Molti sono stati i katéchon nella storia, ma, come nel caso dell’anticristo, i katékhon passati non sono che prefigurazioni dell’antitipo (QUI). Il katéchon dei tempi ultimi, quindi, non può essere una persona e un’istituzione del passato, che sono solo un riflesso, un anticipo della realtà ultima. Per capire a chi e a cosa l’Apostolo si riferisca, credo sia indispensabile leggere questa lettera alla luce dell’Apocalisse di Giovanni, con cui Paolo condivide alcuni temi chiave, come quello, ad esempio, del figlio della distruzione. Leggiamo cosa scrive il veggente di Patmos al capitolo 11, secondo la traduzione di Ugo Vanni:

E fu data a me una canna simile a una pertica dicendo: «Alzati e misura il tempio di Dio e l’altare e coloro che adorano in esso. E il cortile, quello fuori del tempio, gettalo fuori e non misurarlo poiché fu dato alle genti poiché fu dato alle genti e calpesteranno la città santa quarantadue mesi. E darò ai due miei testimoni e profetizzeranno per 1260 giorni vestiti di sacco. Questi sono i due olivi e i due lucernieri che stanno proprio davanti al Signore della terra … E quando avranno portato a termine la loro testimonianza la bestia quella che sale dall’abisso farà guerra con loro e li vincerà e li ucciderà. E il loro cadavere sulla piazza della grande città che viene chiamata sotto l’influsso dello Spirito Sodoma e Egitto dove anche il loro Signore fu crocifisso. E guardano dai popoli e tribù e lingue e nazioni il loro cadavere per tre giorni e mezzo e non lasciano che siano posti in un sepolcro i loro corpi. E gli abitanti sulla terra si rallegrano su di essi e fanno feste e si mandano doni gli uni gli altri poiché questi due profeti avevano tormentato gli abitanti sulla terra. (Ap 11,1-4; 7-10)[2]

I due testimoni avevano tormentato gli abitanti della terra, erano, cioè, dei testimoni scomodi. Essi hanno la stessa potenza di Mosè ed Elia, cioè, detengono la legge e la profezia, e il loro potere fa sì che il mondo non insorga contro di loro. Ma ad un certo momento, Dio permette alla la bestia che sorge dall’abisso di avere la meglio su di loro, di vincerli e ucciderli, e di esporre i loro corpi al pubblico ludibrio per tre giorni e mezzo, arco temporale che richiama i tre anni e mezzo del dominio di Antioco Epifane, prefigurazione dell’ultimo anticristo. Dopo di ché Dio resuscita i due testimoni, chiamati anche i due olivi e i due lucernari. Chi sono questi due testimoni?

Nell’antichità solo la testimonianza di due persone era valida e l’altare, la stele, come anche il popolo di Israele, erano considerati una testimonianza di Dio. Giovanni riprende l’immagine dei due olivi dal profeta Zaccaria (Zc 4,14), dove è scritto: «Questi [i due olivi] sono i due figli dell’olio che stanno davanti al Signore di tutta la terra». Il Targum (bibbia aramaica) traduce «figli dell’olio» con «figli dei grandi», che vuol dire «figli di Dio».[3] In aramaico, la parola miŝəḥā, olio, e molto simile a məŝiḥa, messia, unto, ragion per cui il passo di Isaia«sarà distrutto il giogo davanti all’olio» nel Targum è reso: «le nazioni saranno frantumate innanzi al Messia». L’espressione «figli dell’olio» può indicare anche i discendenti del Messia, cioè, «quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù» (Ap 12,17).

I due testimoni altro non sono che il piccolo resto del «tempio di Dio e l’altare e coloro che adorano in esso», che stanno davanti a Dio, cioè, che officiano e adorano, e con la loro testimonianza ammoniscono gli abitanti della terra. Il tempio di Dio, in Paolo, designa la Chiesa, mentre l’altare è il luogo dell’offerta per le mani del sommo sacerdote. Non è un caso che il tempio in greco naós, sia di genere maschile, mentre thusiastêrion, sia neutro. Tale lettura sembrerebbe accordarsi con la domanda escatologica di Cristo: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8), che lascerebbe intendere che alla fine dei tempi, venendo meno la fede e la carità di molti cristiani, verrà meno anche il potere della Chiesa (intaccata dal didentro dai suoi stessi figli) quando si sarà compiuta la sua testimonianza, ragion per cui sarà umanamente vinta e uccisa dalla bestia che sale dall’abisso, cioè, da un popolo malvagio in combutta con il diavolo.

A trattenere l’anticristo sarebbero, dunque, l’altare e il tempio di Dio, la Chiesa che adora il Signore e offre il sacrificio (perpetuo) dell’altare davanti al Signore per le mani del sommo sacerdote. Quando verrà meno il sacrificio, cioè, quando si assisterà all’ «abominio della desolazione», sarà già stato deposto il legittimo sommo sacerdote, allo stesso modo in cui Antioco IV Epifane (figura del potere contro Dio) depose Onias III nominando al suo posto Giasone, che ottenne la carica dietro pagamento di 440 talenti d’argento e con la promessa di ellenizzare il culto. Sarà il tempo del «pastore idolo», di cui parla il profeta Zaccaria (11,17), cioè, del falso pastore, «il quale sarà e starà dove vorranno i suoi padroni».[4] Dopo di ché l’ultimo anticristo si manifesterà e sferrerà l’attacco finale, il più micidiale. Egli sarà «sotto il controllo di Satana» (QUI), poiché «Satana entrerà in lui» come fece con Giuda e sarà una cosa sola con il padre suo, omicida e bugiardo fin dall’inizio. Verrà, dunque, con una forza d’inganno satanica e con la sua menzogna ucciderà molte anime. Ma il suo potere non durerà molto, poiché sarà distrutto al sopraggiungere improvviso di Cristo.

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Di seguito l’inchiesta “L’ultimo anticristo” dall’inizio:


[1] Le lettere di San Paolo. Nuova traduzione e commento”, vol. 2, Cantagalli – Città Nuova, Siena-Roma, 2019, p. 1157.

[2] Vanni, U., L’Apocalisse di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi, 2018.

[3] Cfr. Cathcart, K. J., Gordon, R. P., The Targum of the Minor Prophets, The Liturgical Press, Collegeville (Minnesota), 1989, p. 195, nota 24.

[4] Maria Valtorta, Quaderni del 1943, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri, 2005, p. 557.

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Armando Savini

Armando Savini è un economista, saggista, cultore di esegesi biblica e mistica ebraica. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in HR Management, si è occupato di scienza della complessità e delle sue applicazioni all’economia. Già cultore della materia in Politica economica presso la cattedra del Prof. Giovanni Somogyi alla Facoltà di Scienze Politiche de La Sapienza, è stato docente a contratto di storia economica, economia, HR management e metodi di ricerca per il business. Tra le sue ultime pubblicazioni: Sovranità, debito e moneta. Quello che dovresti sapere e non ti hanno mai detto (‎2021); Miti, storie e leggende. I misteri della Genesi dal caos a Babele (Diarkos 2020); Le due sindoni (Chirico, 2019); Il Messia nascosto. Profezie bibliche alla luce della tradizione ebraica e cristiana (Cantagalli-Chirico, 2019); Maria di Nazaret dalla Genesi a Fatima (Fontana di Siloe, 2017); Risurrezione. Un viaggio tra fede e scienza (Paoline, 2016); Dall’impresa-macchina all’impresa-persona. Ripensare l’azienda nell’era della complessità (Mondadori, 2009).

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