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Perché i “vaccini” genici non possono produrre nessuna proteina spike e dunque non sono vaccini.

 Dr. Stefano Scoglio, Ph.D., B.Sc.

*NOTA: Nel video viene citato il piombo come adiuvante, ovviamente il riferimento corretto è al mercurio.


Cosa è un vaccino? l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), in un  documento del 2014, così descrive il vaccino in generale:  

“Un preparato biologico che migliora l’immunità ad una particolare  malattia. Oltre all’antigene, contiene ulteriori componenti (eccipienti) e  ogni componente può avere specifiche implicazioni di sicurezza”.1 

In questa definizione l’elemento centrale del vaccino è la presenza di un antigene,  ovvero di un patogeno o parte di patogeno che il nostro sistema immunitario  possa imparare a combattere. Questo ulteriore concetto è presente nella  definizione più recente del 2020: 

“I vaccini educano il tuo sistema immunitario a creare anticorpi, come  quando fa se esposto a una malattia. Ma, dato che i vaccini contengono  soltanto virus o batteri morti o attenuati, questi non possono causare la  malattia o metterti a rischi di complicazioni.”2 

Insomma, come la si rigira, un vaccino è un preparato che deve contenere  un antigene, ovvero un virus o batterio morto o attenuato (indebolito), che il mostri  sistema immunitario possa imparare a riconoscere e combattere.  

Chiaramente, i nuovi vaccini genici sono diversi, dato che non contengono  nessun virus, né integro né indebolito, e dunque non rientrano immediatamente  nella definizione di vaccino. Contenendo invece del materiale genico, mRNA o  DNA, di derivazione presuntivamente virale (in realtà fatti al computer e stampati  con le stampanti a DNA), a prima vista sembrerebbe chiaro che non di vaccini si  tratta, ma di farmaci genici.  

Tuttavia, a questa obiezione la OMS non risponde, neppure si pone il  problema, e chiama vaccini i nuovi preparati per il Covid, nonostante la loro  composizione contrasta chiaramente con le definizioni di vaccino viste sopra.  

In realtà, tutte le organizzazioni governative e sanitarie evitano la questione  se i nuovi “vaccini” genici rientrano nella definizione di vaccini, e rispondono a tale  questione solo in modo indiretto. Ad esempio, il CDC USA scrive:  

“Diversi tipi di vaccini lavorano in modo diversi per offrire protezione.  Ma con tutti i tipi di vaccino il corpo rimane con una fornitura di linfociti-T  di memoria, oltre che B-linfociti, che si ricorderanno di come si combatte  il virus in futuro.”

Cioè, alla fine, non importa il meccanismo di azione, ma il fatto che tutti i tipi  di vaccino ottengono lo stesso risultato, ovvero generare una risposta anticorpale  specifica per la malattia che si vuole prevenire. E infatti, il CDC mette sullo stesso  piano 3 diversi tipi di vaccini Covid, che descrive così:  

“ – I vaccini a mRNA contengono materiale del virus responsabile del  COVID-19 che fornisce alle nostre cellule istruzioni su come produrre una  proteina innocua che è unica del virus. Dopo che le nostre cellule hanno  creato copie della proteina, distruggono il materiale genetico del vaccino.  I nostri corpi riconoscono che la proteina non dovrebbe essere lì e  costruiscono linfociti T e linfociti B che ricorderanno come combattere il  virus che causa COVID-19 se saremo infettati in futuro. 

– I vaccini a subunità proteica includono parti innocue (proteine) del  virus che causa COVID-19 invece dell’intero germe. Una volta vaccinati, i  nostri corpi riconoscono che la proteina non dovrebbe essere lì e  costruiscono linfociti T e anticorpi che ricorderanno come combattere il  virus che causa COVID-19 se saremo infettati in futuro. 

– I vaccini vettoriali contengono una versione modificata di un virus  diverso da quello che causa COVID-19. All’interno del guscio del virus  modificato, c’è materiale del virus che causa COVID-19. Questo è  chiamato “vettore virale”. Una volta che il vettore virale è all’interno delle  nostre cellule, il materiale genetico fornisce alle cellule le istruzioni per  creare una proteina che è unica per il virus che causa COVID-19. Usando  queste istruzioni, le nostre cellule creano copie della proteina. Questo  spinge i nostri corpi a costruire linfociti T e linfociti B che ricorderanno  come combattere quel virus se in futuro saremo infettati.”3 

Le autorità sanitaria italiane neppure si pongono il problema, ma danno per  scontato che questi preparati genici sono comunque vaccini perché generano un  antigene e poi specifici anticorpi:  

“Quale meccanismo di funzionamento hanno i vaccini anti COVID-19? Il  coronavirus SARS-CoV-2, responsabile della patologia ad esso associata  COVID-19, utilizza una proteina (denominata ‘Spike’) che sporge dal suo  involucro per penetrare nelle cellule umane, in cui poi si riproduce. I  vaccini attualmente disponibili sono stati messi a punto per indurre una  risposta immunitaria in grado di bloccare la proteina Spike e di impedire  quindi al virus di infettare le cellule. Questi vaccini introducono in alcune  cellule dell’organismo umano, non il coronavirus SARS-CoV-2 ma  l’informazione genetica necessaria per produrre, per un breve tempo, la  proteina Spike. La presenza di questa proteina estranea stimolerà il  sistema immunitario a reagire contro di essa producendo anticorpi che,  legandosi alla proteina Spike, impediranno al virus di entrare dentro le  cellule e di infettarle.”4

E concludiamo con questa spiegazione dell’Istituto Superiore di Sanità:  

“Di solito nella vaccinazione viene iniettato il virus (o il batterio)  ‘indebolito’, oppure una parte di esso. Il sistema immunitario riconosce  l’’intruso’ e produce gli anticorpi che utilizzerà quando incontra quello  ‘vero’. Nel caso dei vaccini a Rna invece si inietta l’’istruzione’ per  produrre una particolare proteina, detta proteina ‘spike’, che è quella che  il virus utilizza per ‘attaccarsi’ alle cellule. La cellula produce quindi da  sola la proteina ‘estranea’, che una volta riconosciuta fa attivare la  produzione degli anticorpi.”5 

Insomma, tutte le autorità sanitarie di tutti i paesi riconoscono che questa  vaccini a mRNA e DNA sono diversi da quelli antigenici tradizionali, e sono  sicuramente nuovi, ma sembrano puntare, per omologarli alla categoria dei  vaccini, non sulla struttura o sul meccanismo di funzionamento, ma sul risultato  che essi ottengono, che è uguale a quello dei vaccini antigenici: alla fine  producono sempre un antigene, la proteina spike del virus, e stimolano la stessa  risposta immunitaria anticorpale e immuno-mnemonica dei vaccini tradizionali. 

Che questa sia la strada adottata per giustificare i vaccini genici come  vaccini, farli rientrare nella categoria dei vaccini, lo dimostra anche il fatto che la  stessa definizione di vaccino sia in corso di radicale modifica anche sui principali dizionari. Così, il dizionario, Merriam-Webster, uno dei più diffusi nel mondo anglo americano, è passato da questa definizione nel Febbraio 2019:  

“…un preparato di microorganismi uccisi, o vivi ma attenuati, o vivi e  pienamente virulenti, che è somministrata per produrre o aumentare  artificialmente l’immunità verso una particolare malattia”;  

a questa definizione nel Febbraio 2021:    

“Un preparato che viene somministrato (per esempio per iniezione) per  stimolare la risposta immunitaria del corpo contro una specifica  patologia infettiva:  

a) una preparazione antigenica di un agente patogeno inattivato o  attenuato (batterio o virus) o di uno dei suoi componenti o prodotti (come  una proteina o una tossina);  b) una preparazione a base di materiale genico (come un filamento di  mRNA sintetico) usato dalle cellule del corpo per produrre un a sostanza  antigienica (come un frammento della proteina spike del virus).”6 

Quindi, ciò che rende i vaccini genici veri e propri vaccini è la loro capacità  di indurre le nostre cellule a produrre lo stesso o simile antigene virale che si  introdurrebbe nel corpo direttamente coi vaccini antigenici.  

Il problema è dunque capire se questi presunti vaccini riescano veramente a  far produrre la proteina spike, l’antigene, alle nostre cellule. Sembrerebbe proprio  di no, dato che esistono chiare prove che il materiale genico contenuto nei  vaccini Covid non riesce ad entrare nelle cellule.  

I più recenti, e unici articoli scientifici pubblicati sul tema, confermano  questo fatto. Ad esempio, nel 2020, ovvero nello stesso anno in cui sono stati  lanciati sul mercato i vaccini Pfizer e Moderna, è uscito un articolo che afferma:  

Gli attuali sforzi clinici relativi ai farmaci su base mRNA sono rivolti  verso vaccini per malattie infettive, immunoterapie oncologiche, terapie  di sostituzione proteica, e trattamento di malattie geniche. Tuttavia, le  sfide che impediscono il successo nella traduzione di queste molecole in  farmaci sono: (i) lo mRNA è una molecola molto grande; (ii) è  intrinsecamente instabile e portata ad essere degradata dalle nucleasi, e  (iii) attiva il sistema immunitario. Anche se alcune di queste sfide sono  state parzialmente risolte grazie a modifiche chimiche dello mRNA, il  rilascio intra-cellulare dello mRNA rappresenta ancora un grande  ostacolo.”  

 Da sottolineare come il fatto che lo mRNA sintetico attivi il sistema immunitario sia  qui visto come parte di un problema molto difficile. Vedremo come questo sia il  problema principale e definitivo. Al termine di questo studio del 2020, gli autori  concludono:  

“Dunque, una più ampia applicazione delle terapie a base mRNA è  ancora limitata dalla necessità di migliorare i vettori o sistemi di delivery  (consegna) cellulare…molti candidati vaccinali clinicamente testati sono  formulati senza nessun sistema di delivery, il che propone la necessità di  ulteriori miglioramenti dei sistemi di delivery per i vaccini a mRNA.”7

Quindi, pochi mesi prima del loro lancio, esperti del campo affermano che i  vaccini a mRNA clinicamente testati (quindi quasi certamente inclusi i vaccini  Pfizer e Moderna) non hanno risolto il problema della delivery cellulare. 

Questo conferma lo studio ancor più dettagliato uscito poco prima, nel  2019, che fa il punto dello stato dell’arte della ricerca sui vaccini a mRNA. Si tratta  di un articolo importante, pubblicato da ricercatori del MIT, sicuramente favorevoli  alla ricerca sui vaccini a mRNA, ma che, appena un anno e mezzo prima del lancio  sperimentale dei vaccini Pfizer e Moderna, affermano:  

“Comunque, un’applicazione ampia dello mRNA è ancora limitata dalla  necessità di migliorare i sistemi di delivery (rilascio a destinazione).”8 

Già questo dovrebbe tagliare la testa al toro: dato che non sono intervenute  scoperte particolari tra la metà del 2019 e la metà del 2020, è evidente che tali  vaccini sono stati lanciati in via sperimentale prima che i sistemi di delivery fossero  migliorati, e dunque senza che il limite indicato sia dallo studio USA (Kowalski et  al.) che quello danese (Wadhwa A. et al) fosse superato: semplicemente il limite lo  hanno ignorato, a scapito dei vaccinati. Gli autori sottolineano come:

“La membrana cellulare costituisce una formidabile barriere dinamica  contro la delivery intracellulare.”  

Il punto di partenza è dunque l’estrema difficoltà a penetrare la barriera cellulare  (difficoltà raddoppiata per il vaccino Astra Zeneca, che essendo a DNA deve in  aggiunta penetrare la barriera del nucleo della cellula ). Oltre a questa prima, 9 formidabile, difficoltà, ne esiste un’altra:  

“Oltre alla barriera della membrana cellulare, lo mRNA deve fare i conti  con la degradazione prodotta dalle ribonucleasi extra-cellulari  abbondantemente presenti nella pelle e nel sangue.” 

Insomma, ancora prima di fare i conti con la difficoltà a entrare nella cellula,  lo mRNA iniettato viene degradato direttamente dagli enzimi ribonucleasi già al  livello della pelle e del sangue. Va aggiunto che, anche se lo mRNA ce la facesse a  entrare nella cellula, ci sarebbero le ribonucleasi intra-cellulari a protezione dei  ribosomi, e queste appaiono veramente insuperabili.

Infatti, le tecniche utilizzate per aiutare lo mRNA a superare i limiti indicati  sopra, sono le seguenti: lo mRNA viene incapsulato dalle LNPs, nano-particelle  lipidiche che integrano anche delle ammine terziarie o quaternarie. Queste ultime  dovrebbero proteggere dall’azione delle ribonucleasi, nel senso che le  ribonucleasi, enzimi prevalentemente proteolitici, attaccano le ammine proteiche e  dunque dovrebbero risparmiare gli acidi nucleici dello mRNA. Ma anche ammesso  che le enormi quantità di ribonucleasi vengano consumate del tutto dalle ammine  aggiunte, cosa assai improbabile, una volta che lo mRNA sia entrato nella cellula,  non ci sarebbe più nulla che lo protegga dalle ribonucleasi endo-cellulari. Questa è  una questione che non è stata neppure posta, ma che da sola indica l’assoluta  impossibilità che lo mRNA giunga ai ribosomi endo-cellulari, dove dovrebbe  impartire le istruzioni per la produzione della proteina spike virale.

Ma c’è un ulteriore problema ancora prima dell’incontro con le ribonucleasi  endocellulari, l’estrema difficoltà di entrare nella cellula. Infatti, anche ammettendo  che lo mRNA sopravviva l’attacco delle ribonucleasi extra-cellulari, non esiste  nessuna solida prova in vivo che le LNPs siano in grado di portare effettivamente  gli acidi nucleici sintetici dentro la cellula. La teoria è che i lipidi portino dentro lo  mRNA per fusione passiva, quella che viene chiamata endocitosi, per cui la cellula genera una vescicola con cui incorpora i lipidi portandoli dentro di sé. Ma come  spiegano gli stessi ricercatori:  

“Anche se il meccanismo di delivery dello mRNA non è pienamente  compreso, si accetta generalmente che queste LNPs multicomponenti  siano incorporate dalla cellula tramite endocitosi. Ma, cosa interessante,  i LNPs possono anche essere oggetto di esocitosi, il che costituisce una  sfida alla delivery cellulare.” 

Quindi, dopo essere stato oggetto di attacco da parte delle ribonucleasi  extracellulari, il poco mRNA possibilmente integro e complessato con le LNPs,  dovrebbe riuscire a entrare nel citoplasma grazie all’invaginazione interna dei lipidi  (endocitosi), ma in realtà si è visto che gran parte di tali LNPs sono oggetto di  invaginazione esterna (esocitosi). 

Come se noon bastasse, come sottolineato da un‘altro e precedente  articolo, se anche una piccola parte del complesso lipidi-mRNA sintetico  sopravvivesse l’attacco delle ribonucleasi extra-cellulari, e riuscissero poi ad  essere portate dentro la cellula per endocitosi, esiste un ulteriore meccanismo  attraverso cui la cellula espelle materiale estraneo non consentendogli di  raggiungere il citoplasma, là dove si trovano gli ambiti ribosomi, il sistema degli  endosomi -con -lisosomi:  

“…i lipidi cationici…una volta internalizzati…restano in gran parte  intrappolati dentro gli endosomi, con una minima possibilità di sfuggire  verso il cytosol.”  

Gli autori spiegano che la :  

“…l’iniziale entrata cellulare delle nanoparticelle lipidiche (LPNs)  attraverso la macropinocitosi…è ridotta sostanzialmente in quanto il  circa 70% del siRNA è soggetto a esocitosi tramite la fuoriuscita delle  LPNs via i tardi endosomi/lisozomi.”10 

In realtà, se il 70% del materiale viene espulso, gran parte del resto vien  comunque degradato, e si ipotizza, ma più come speranza che altro, che una  minima percentuale sopravviva: 

“Gilleron et al. hanno stimato che solo meno del 2% dei siRNA legati ai 12 LNPs che entrano nella cellula sono rilasciati nel cytosol…” 

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Infine, anche ammettendo che questa minuscola parte (>2%) sopravviva  anche questa ulteriore sfida, una volta giunta nel citoplasma lo mRNA dovrebbe  fare i conti con le ribonucleasi endocellulari, che a questo punto non avrebbero  difficoltà a spazzare via gli ultimi residui di mRNA e LPNs prima che facciano  qualsiasi cosa, dato che a questo livello non ci sarebbero nemmeno più le ammine  protettive, consumate dalle ribonucleasi extracellulari. 

Insomma, come la si guardi, non c’è nessuna possibilità che il vaccino a  mRNA riesca a giungere ai ribosomi cellulari, dove dovrebbe istruire il nostro  stesso RNA a produrre le proteine spike del presunto virus.  

Riassumendo, ci sono, ancora al 2020, 4 ostacoli insormontabili per la  delivery cellulare del vaccino:  

1) le ribonucleasi extra-cellulari;  

2) il fatto che spesso quella che si pretende essere endocitosi è in realtà esocitosi;  

3) se anche una piccola parte di materiale entrasse nella cellula, il sistema endosomi / lisosomi distruggerebbe oltre il 98% di quella piccola  parte.

4) Infine, quella infinitesimale parte di mRNA che arrivasse nel citoplasma, sarebbe definitivamente eliminata dalle ribonucleasi endocellulari.  

E qui possiamo fare un esempio concreto per rendere la cosa più chiara. Il  non-vaccino Pfizer contiene 30 mcg. di mRNA sintetico. Ammesso e non  concesso, come vedremo, che questo materiale genico arrivi nei pressi delle
cellule, abbiamo visto come le ribonucleasi extracellulari ne distruggerebbero gran  parte. Siamo generosi e diciamo che il 50% sopravviva: avremmo 15 mcg che  devono entrare nelle cellule. Ma abbiamno visto che, anche qui, almeno la metà  sarebbe oggetto di esocitosi, vescicolazione esterna, invece che di endocitosi.  Ammettiamo quindi che entrino circa 7.5 mcg nella cellula. Si tratta ovviamente di  un calcolo teorico, dato che lo mRNA si disperderebbe in un numero di cellule  notevolmente superiore, ma le percentuali non cambierebbero.  

A questo punto i 7.5 mcg di mRNA presuntivamente entrati, finirebbero negli  endosomi, che col loro sistema di coordinazione con i lisosomi, espellerebbero il  70% di tale materiale, mentre degraderebbero gran parte del restante 30%,  lasciando sopravvivere solo meno del 2%, ovvero circa 0.15 mcg, una quantità  quasi infinitesimale, equivalente a circa 150 nanogrammi. Ma ora, questo  minuscolo residuo di mRNA sintetico deve fare i conti con le ribonucleasi endocellulari, gli enzimi presenti all’interno della cellula, che farebbero facilmente piazza  pulita di questo materiale esterno e innaturale che la cellula non potrebbe mai  accogliere.  

Ma la realtà è che tutti questi problemi rischiano di non porsi nemmeno,  perché esiste un ostacolo ancora più originario e insormontabile, che spiega anche  l’elevata tossicità di questi “vaccini” genici, la loro elevata immunogenicità:  

“Una caratteristica dello mRNA è il suo potenziale di agire come auto adiuvante.” 

Questo significa che, come altri adiuvanti come l’alluminio, lo mRNA  sintetico scatena la reazione immunitaria, che conduce ad uno stato di elevata  infiammazione e alla parallela cascata di citochine. Tuttavia, è chiaro che la  reazione immunitaria si scatena innanzitutto contro l’adiuvante stesso:  

“La stimolazione dell’immunità innata può migliorare l’efficacia del  vaccino, tuttavia, un attivazione immunitaria indiscriminata può indurre la  degradazione dello mRna e ridurre l’espressione antigenica.” 13 

Nel caso dunque di una stimolazione immunitaria indiscriminata, che come  vedremo è esattamente quello che accade, lo mRNA viene immediatamente  degradato dal sistema immunitario, prima ancora di dover affrontare ribonucleasi,  esocitosi, etc.  

Tale degradazione rende nulla la capacità genica dello mRNA sintetico, ma  genera frammenti di mRNA sintetico e lipidi sintetici, in grado di continuare a  generare tossicità e infiammazione, irritando il sistema immunitario. La  degradazione, infatti, distrugge la struttura del “vaccino”, generando frammenti di  material sintetico e tossico che tendono a depositarsi nel fegato, nella milza, ma  anche nei polmoni e nei reni, anche perché questi organi svolgono un ruolo  centrale nella detossificazione. Questi frammenti tendono perlopiù a essere  sequestrati dal fegato, e dalle sue cellule fagocitiche (Kupffer cells), e anche in altri  organi:

“Le grandi LNP’s cationiche non riescono ad essere espulse dai  capillari dei polmoni, e non possono essere filtrate dal flusso sanguigno  da parte dei reni. Questo può condurre all’accumulo del materiale da  delivery (mRNA e LNPs) nel fegato, nei polmoni e in altri organi.”14 

Data la loro intrinseca immunogenicità, ovvero capacità di irritare il sistema  immunitario scatenando infiammazione e cascata di citochine, il rischio è che  questo processo, a causa dell’accumulo, diventi cronico.  

E sono gli stessi ricercatori nel campo della ricerca mRNA a rivelarci cosa  possono fare tali materiali vaccinali una volta accumulati negli organi: 

“Alcune piattaforme vaccinali a mRNA inducono delle potenti risposte  di tipo Interferone I, che sono associate non solo all’infiammazione  ma anche potenzialmente all’autoimmunità…un’altra potenziale  questione di sicurezza può derivare dalla presenza di RNA extracellulare  durante la vaccinazione mRNA. Lo RNA extracellulare nudo può  contribuire alla formazione di edema. Un altro studio ha dimostrato  come lo RNA extracellulare promuova la coagulazione del sangue e la  formazione di trombi patogeni.”15 

Quindi questo “vaccini” generici sono esplicitamente riconosciuti come  generatori di: infiammazione, autoimmunità, edema, tromboembolia patogena  (guarda un po’, la stessa patologia che definisce il Covid!). 

Quindi, l’effetto tossico diretto è proprio dello mRNA sintetico, specie  complessato con le LNPs, che hanno altre azioni tossiche autonome. Come  abbiamo sottolineato in precedenza, quelli che abbiamo presentato sono studi del  2018-2020, e nessuno dei problemi che essi presentano, sia in termini di scarsa  efficacia che in termini di sicurezza, sono stati risolti. Questo significa che questi  “vaccini” genici, sono stati e continuano ad essere sperimentati sulla popolazione  senza nessuna garanzia né di efficacia né di sicurezza, come implicitamente rivela  questa conclusione:  

“Svariate questioni sono senza risposta …I prossimi 5 anni saranno  molto importanti per il campo dei vaccini a mRNA, con risultati da diversi  studi clinici che forniranno una migliore comprensione.”16 

Scritte nel 2019, queste parole rivelano che coi vaccini a mRNAS e DNA si sta  giocando agli apprendisti stregoni, e che la vera sperimentazione, che deve  avvenire tra il 2109 e il 2024, viene fatta direttamente sulla intera popolazione, con  tutti i rischi riconosciuti dagli stessi ricercatori.  

E la sperimentazione viene fatta dalle aziende farmaceutiche, grazie alla  completa immunità fornita loro dai governi, fregandosene completamente di  trovare un qualche punto di equilibrio tra efficacia e sicurezza, scaricando sulla  popolazione i rischi derivanti da tale mancanza di equilibrio:  

“…le molecole mRNA sono esse stesse delle PAMP (pathogen associated molecular pattern) quando presentate alla cellula  esogenamente….Tuttavia, la natura intrinseca di queste PAMP rende  difficile modulare il profilo infiammatorio o la reattività dei…vaccini.”17 

In altre parole, anche se in letteratura si trovano appelli a bilanciare azione genica  (efficacia) e azione adiuvante-immunogenica, l’impresa è estremamente difficile.  Un modo per ottenere ciò sarebbe quello di utilizzare un dosaggio più basso  possibile, in modo da ridurre i rischi di tossicità. Ma non è questa la scelta fatta da  Pfizer, Moderna & Co.  

Nel primo studio di Fase 1 del vaccini Pfizer, sono stati testati 3 dosaggi: 10  µg; 30 µg; 100 µg. La terza dose, è stata scartata quasi subito, a causa di effetti  collaterali devastanti: in altre parole, con tale dosaggi i morti e i malati cronici  sarebbero esplosi a un livello difficile da nascondere e manipolare. Quando, dopo 18 la Fase I/Fase II, hanno dovuto scegliere come dose effettiva della vaccinazione di  massa tra i 10 µg e i 30 µg, hanno scelto la dose di 30 µg, nonostante la dose di  30 µg abbia prodotto il doppio degli effetti collaterali della dose di 10 µg :  

“Eventi avversi correlati sono stati riferiti dal 25% nel gruppo dei 10 µg, e  dal 50% nei gruppi dei 30 µg e 100 µg”.

La ragione di tale scelta è stata l’effetto superiore dei 30 µg, in relazione alla  apparente risposta immunitaria sulle IgG:  

“Ai 7 gg dopo la seconda dose (per i livelli di dosaggio a 10 µg e 30 µg)  le IgG legate ai RBD (Receptor Binding Domains) erano salite  rispettivamente a 4,813 e 27,872 U ml-1”.19 

Senza entrare nel dettaglio, diciamo che la performance dei 30 µg, con  27,872 IgG contro le 4,813 IgG prodotte dalla dose minore, indicherebbe una  maggiore generazione di anticorpi al virus, che viene dunque scelta anche al costo  del doppio degli effetti collaterali.  

Ora, secondo la vulgata dominante, questo potrebbe avere un senso, dato  che sì, il rischio di effetti collaterali aumenta, ma almeno si avrebbe un molto  maggior impatto sulla capacità del sistema immunitario di far fronte al virus.  

La realtà è che qui siamo di fronte ad un altro elemento molto discutibile  della metodologia virologica, quello dei test anticorpali. In questo caso, il fatto che  il massimo livello di IgG si abbia con la dose maggiore di 30 µg, viene interpretato  come indicazione di una maggiore risposta antivirale; e questa interpretazione si basa sulla nozione che le IgG in questione siano specifiche per il virus. Ma è  davvero così?  

Noi abbiamo 5 tipi principali di immunoglobuline (Ig), e tra queste quelle già  spesso verificate sono le IgM e le IgG, appunto. Dato che si parla sempre di  anticorpi del virus Covid, la gente comune pensa che si creino degli anticorpi  specifici. Invece, le IgG e le IgM sono universali, sono due immunoglobuline che  reagiscono a qualsiasi sfida immunitaria, dai raffreddori, agli stress psicofisici, alle  intossicazioni. Questa è ad esempio una dichiarazione di una ricercatrice del CNR  che parla dei test anticorpali per il SARS-Cov2:

“Le IgG e le IgM possono risultare alterate, se si ha o si ha avuto (da  poco) un semplice raffreddore? 

Sì, possono risultare alterate quando si misurano i livelli complessivi di  IgG e di IgM nel sangue, senza cioè distinguerle per la loro specificità, ovvero  contro quali patogeni sono dirette. Inoltre, tali anticorpi possono essere cross reattivi, cioè riconoscere alcune regioni comuni o simili per virus diversi.”20 

Quindi, le IgG non sono specifiche e possono essere cross-reattive, ovvero  rispondere positivamente a qualcos’altro dal virus. E’ chiaro allora che, date le  componenti fortemente tossiche contenute nel vaccino, è il vaccino stesso a  generare la riposta anticorpale. E al di là dell’interpretazione manipolata per cui  maggiore è il numero delle IgG o IgM, maggiore sarebbe la risposta immunitaria al  virus, la verità semplice è che si tratta di una riposta alla tossicità del vaccino, ed è  per questo che maggiore è la dose, maggiore il livello di tossicità, maggiore la  risposta anticorpale. 

La risposta dei virologi è che la riposta è si alla tossicità, ma gli anticorpi,  rispondendo alla tossicità, imparano a conoscere l’antigene virale, e così facendo  generano anticorpi specifici per il virus. Ma come fanno a sostenere ciò se  abbiamo appena visto che gli anticorpi sono “universali” e assolutamente non  specifici?

Attraverso il test che dovrebbe legare l’anticorpo non specifico allo specifici  virus. Questo test è l’ELISA, che praticamente funziona così: si mette il plasma contenente le IgG a contatto con un antigene del virus, e se le IgG si attivano,  allora vuole dire che sono specifiche per il virus. Questa è la teoria, la pratica è ben  diversa. Le IgG, come abbiamo detto, sono aspecifiche, e dunque si attivano con  qualunque antigene. Perciò, a meno che non si faccia il test con adeguati controlli  per verificare che le IgG non si attivino con altri antigeni, il test non ha nessun  valore. E i suddetti controlli non vengono fatti, ovvero il test non confronta la  reazione delle IgG o Igm all’antigene del virus con le reazioni ad altri antigeni di  qualsiasi tipo. In altre parole, se voi faceste lo stesso test, nello stesso momento,  sia per l’antigene del virus SARS-Cov2 che per l’adiuvante alluminio o per  l’antigene dell’E.Coli, avreste in tutti i casi risposte positive, perché le  immunoglobuline si attivano con qualsiasi antigene, e il fatto che abbiate le IgG o  IgM alte può essere causato da un’innumerevole serie di fattori.  

Quindi, senza neppure scomodare il fatto che, non essendo stato il SARS Cov 2 mai isolato (per ammissione dello stesso CDC americano), l’antigene di tale  presunto virus è puramente ipotetico; qui abbiamo scoperto che il test anticorpale  è fallace in sé e per sé, perché totalmente non specifico.  

E questo ha risvolti cruciali non solo per i test diagnostici, ma anche per la  ricerca, perché gran parte degli studi clinici che testano per l’efficacia indiretta,  ovvero per l’attivazione immunitaria, si basano su tali tests.  

Così, ci sono si studi che affermano di aver condotto mRNA o siRNA dentro  le cellule di topi o primati non-umani; e la stessa Moderna afferma di aver utilizzato  efficacemente LNPs per la delivery del virus Zika in vaccini somministrati ad  animali (conigli, topi e primati non umani). Ma come hanno fatto a sapere che lo  mRNA sintetico era entrato nelle cellule degli animali? Hanno ammazzato gli  animali, estratto le cellule e trovato lo mRNA dentro le loro cellula? No, anche  perché la stessa teoria dei vaccini a mRNA afferma che lo mRNA una volta svolta  la sua funzione viene degradato dagli enzimi cellulari. E semplice, si torna sempre  li, ai fallaci test anticorpali. Così, dopo avere iniettato gli animali col vaccino, si  testa per vedere se hanno prodotto anticorpi (IgG, TNF, IL-2, IFN-gamma). E dato  che tali anticorpi sono tutto meno che specifici per lo Zirka o qualsiasi altro virus; e  dato che qualsiasi stress fisiologico o tossiemico, come può essere quello  prodotto da un vaccino, stimola la produzione massiccia di anticorpi, è evidente  che dopo una vaccinazione vi sia un importante aumento di anticorpi; ma ciò non giustifica interpretare tale dato come “anticorpi del virus”, e dunque ciò non può  costituire prova che lo mRNA sia entrato nelle cellule. La cosa è talmente chiara  che solo un tacito, universale consenso dell’establishment virologico può  trasformare in prova un dato così aspecifico e insignificante.  


In conclusione, le probabilità che il “vaccino” genico possa penetrare le  cellule e far loro produrre la proteina spike sono prossime allo zero. Il che significa  che, non essendo in grado di produrre alcun antigene virale, ciò che viene iniettato  contro il Covid non è un vaccino, non può essere classificato come vaccino, ed è  solo un tentativo non riuscito, ma estremamente tossico, di terapia genica, che in  quanto tale non dovrebbe essere autorizzato perché la terapia genica non è né può  mai essere universale.

WHO, Global Manual of Surveillance of Adverse Events Following Immunization, 2014. 1

WHO, Vaccines and Immunization: What is vaccination?, 30 Dec 2020, Q&A. 2 

Center for Disease Control (CDC), Understanding how Covid-19 vaccines work, Updated 9 3 March, 2021: https://www.cdc.gov/coronavirus/2019-ncov/vaccines/different-vaccines/how-they work.html

AIFA, Vaccini Covid-19, 28 Aprile 2021: https://www.aifa.gov.it/web/guest/domande-e-risposte- 4 su-vaccini-covid-19   ISS, Speciale Covid-19. Vaccini: Per la prima volta verranno usati dei vaccini ‘a Rna’. Che 5 significa? Dal sito ISS, consultato in data 4 Maggio, 2021.  

Citato in: Undercurrents, COVID-19 ‘Vaccines’ Are Gene Therapy: https:// 6 undercurrents723949620.wordpress.com/2021/03/16/covid-19-vaccines-are-gene-therapy/ Wadhwa A. et al., Opportunities and Challenges in the Delivery of mRNA-Based Vaccines, 7 Pharmaceutics 2020, 12, 102.

Kowalski PS et al., Delivering the Messenger: Advances in Technologies for Therapeutic mRNA 8 Delivery, Molecular Therapy Vol. 27 No 4 April 2019. 

I vaccini a DNA “…have not fulfilled the promise seen in animal experiments, and have not been 9 effective in human beings.”(Warrell M., Is there a future for mRNAs as viral vaccines?, The  Lancet, Published online July 25, 2017.A questo punto ci si chiede come abbiamo fatto ad  autorizzare il vaccino a DNA di Astra Zeneca e Johnson & Johnson. 

Sahay G. et al., Efficiency of siRNA delivery by lipid nanoparticles is limited by endocytic 10 recycling, Nature Biotechnology VOLUME 31 NUMBER 7 JULY 2013. 

 Maruggi G. et al., mRNA as a Transformative Technology for Vaccine Development to Control 11 Infectious Diseases, Molecular Therapy Vol. 27 No 4 April 2019.

Gilleron J. et al., Image-based analysis of lipid nanoparticle–mediated siRNA delivery, 12 intracellular trafficking and endosomal escape, Nature Biotechnology VOLUME 31 NUMBER 7  JULY 2013.

 Kowalski PS et al., Delivering the Messenger: Advances in Technologies for Therapeutic mRNA 13 Delivery, Molecular Therapy Vol. 27 No 4 April 2019, p.11.

 Kowalski PS et al., Delivering the Messenger: Advances in Technologies for Therapeutic mRNA 14 Delivery, Molecular Therapy Vol. 27 No 4 April 2019, p.5. 

 Pardi N. et al., mRNA vaccines – a new era in vaccinology, Nature Reviews/ Drug Discovery, Vol 15 17, April 2018, pp. 261-279, p. 275.  

 Maruggi G. et al., mRNA as a Transformative Technology for Vaccine Development to Control 16 Infectious Diseases, Molecular Therapy Vol. 27 No 4 April 2019, p. 768. 

 Pardi N. et al., mRNA vaccines – a new era in vaccinology, Nature Reviews/ Drug Discovery, Vol 17 17, April 2018, pp. 261-279, p. 262, p. 268. 

 Mulligan MJ et al., PhaseI/PhaseII study of Covid-19 RNA vaccine BNT162b1 in adults, Nature, 18 Vol 568, 22 Oct 2020, pp. 589-93. 

 ibid., p. 592. 19 

Coscia M.R., IgG e IgM: come leggere il risultato di un test sierologico, https://www.cnr.it/sites/ 20 default/files/public/media/pazienti_it_12_11_2020.pdf

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Stefano Scoglio Ph.D.

Stefano Scoglio, Ph.D., ricercatore è esperto di nutrizione e fitoterapia ed è il direttore del Centro di Ricerche Nutriterapiche di Urbino. Vive a Pesaro.

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