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SE I “MAESTRI” DIVENTANO CIECHI …

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L’articolo di Fulvio Grimaldi “L’inversione di Scardovelli” costituisce un ulteriore pezzo di puzzle per comprendere meglio l’affaire Scardovelli. Il noto giornalista e direttore della rubrica Mondocane – Storie dal Pianeta esordisce con una domanda chiave: «Caro Mauro, ma la discriminante categorica non era l’opposizione al certificato green?».

Presupponendo la buona fede e le buone intenzioni del suo “compagno di strada”, propone un’attenta analisi delle dinamiche che possono aver condotto il noto “maestro spirituale” ad una caduta così fatale, additandone le cause proprio nell’approccio filosofico e psicoterapeutico dell’eminenza grigia di Ancora Italia. L’incongruenza tra gli insegnamenti e la condotta sarebbe emersa da un momento all’altro, secondo il giornalista. Era prevedibile per chi si ponga in ascolto degli insegnamenti della Storia.

Quando una società versa in situazioni difficili, impreviste, che turbino profondamente il rapporto delle persone tra di loro e con la realtà e con chi la gestisce, è ricorrente che appaiano sulla scena personaggi dotati di carisma e capacità persuasive che si presentino come guide spirituali e morali per un possibile superamento della crisi. Perlopiù si tratta di “maestri” che indicano una via d’uscita diversa, o complementare, dalla crisi. Alternativa che attenui, o diversifichi il naturale istinto a battersi con corpo e mente contro chi questa crisi governa e la utilizza a proprio non dichiarato vantaggio. Per Scardovelli e i suoi seguaci questa alternativa, o integrazione, consiste nella ricerca in se stessi di un’elevazione-illuminazione del proprio io, vagamente ispirata a teorie teosofiche e filosofie orientali.

IL CONTESTO GNOSTICO-TEOSOFICO

Anche Grimaldi individua nella filosofia di Scardovelli elementi gnostici (elevazione-illuminazione del proprio io, etc), parlando di «teorie teosofiche e filosofie orientali», che lo Scardovelli, come abbiamo già visto, trasmette sotto le false spoglie di un cristianesimo qualunquista, incentrato su citazioni evangeliche manipolate ad arte (cfr. Élite in cerca di gatekeeper?).

Per cercare di capire meglio cosa ci possa essere dietro il caso Scardovelli, è bene chiarire cosa sia la teosofia. Si tratta di una dottrina esoterica, propugnata dalla Società teosofica, fondata a New York nel 1875 da Madame Blavatsky, una occultista e medium russa naturalizzata statunitense.

Secondo questa filosofia esoterica, di chiara ispirazione ermetico-massonica, tutte le religioni del mondo hanno in sé solo dei residui di quell’unica verità divina che può essere conosciuta solo dai grandi iniziati. L’intento della Società teosofica è quello di divulgare le scienze esoteriche all’interno di una fratellanza universale.

Il loro motto “Non vi è religione superiore alla verità” (There is no religion higher than truth) avvolge lo stemma, rappresentato dal classico serpente, che si morde la coda, cioè, l’ouroboros, all’interno del quale appare una stella di David, che racchiude un ankh, il simbolo egizio della vita, e nella spira del serpente si trova una svastica, l’antico simbolo religioso sanscrito, inserito, più tardi, nella bandiera della Germania nazista (e non è un caso!).  La Thule-Gesellschaft, infatti, ebbe numerosi contatti con la Golden Dawn, ed entrambe le società segrete perseguivano il medesimo programma della Società Teosofica di Madame Blavatsky.

ALIENAZIONE DAL REALE

Sul carattere gnostico-teosofico e sincretistico degli insegnamenti di Scardovelli, credo non ci siano più dubbi, ormai. Ora, cerchiamo di capire perché tale approccio fa presa sulle persone, ponendo le condizioni per l’ascesa di un maestro spirituale. Ecco le parole di Grimaldi [enfasi mia]:

E’ comprensibile che questa proposta sia gratificante. Induce a concentrare la volontà di liberazione su se stessi e a ritenere che la soluzione stia nella penetrazione nel proprio profondo, finalizzata a una più elevata conoscenza e coscienza. Conquista individuale che superi i condizionamenti e lo stato di subalternità che viene dal “maestro” affermato e dal soggetto sofferto. Vi si può anche rilevare uno spostamento da una realtà percepita come ingiusta e insopportabile a un’attenzione su se stessi, vagamente solipsista, ma gratificante e consolatoria su se stessi, come soggetto dalla cui elevazione spirituale e un po’ misterica tutto dipenda.

Detto altrimenti, con questo approccio si spingono le persone a concentrarsi sul proprio sé e a chiudersi al mondo, secondo l’idea che la crisi si combatta con l’elevazione esoterica e non affrontando il nemico corpo a corpo. Questo metodo, non fornendo risultati empirici circa l’esito della lotta, risulta essere (illusoriamente) più gratificante e consolatorio, in quanto incentrato sul solipsismo, cioè, su un soggettivismo esasperato che aliena il proprio sé dal mondo circostante, il quale viene totalmente ignorato. Ma l’alienazione dal mondo e dalla realtà può costituire il terreno fertile per il disturbo mentale. È guardandomi con gli occhi degli altri che posso vedere quelle cose di me che non vanno e, di conseguenza, correggermi. Solo confrontando la mia visione del mondo con quella che hanno gli altri, possiamo incamminarci sul sentiero della conoscenza scientifica.

CIECHI CHE GUIDANO ALTRI CIECHI?

Ora, tale approccio filosofico e psicoterapeutico non solo può indurre i discepoli all’alienazione del sé ma anche lo stesso “maestro”, che, rinchiuso nel mondo delle proprie idee, potrebbe non essere più capace di uscirne fuori e vedere il mondo reale. Scrive ancora Grimaldi:

Il consenso alle teorie e alla persona “maestro” che tale suggestione induce, anche perché accoppiata alle giuste denunce di almeno parte della ingiurie e del disagio sofferti, possono anche contribuire a un falso senso di sicurezza e a una sovraconsiderazione di sé da parte del “maestro” stesso. Nel contempo i suoi interlocutori o “seguaci” possono smarrire la consapevolezza dei veri termini della crisi e rischiare di farsi distrarre dalle priorità di una lotta individuale e collettiva. Non dico che questo sia avvenuto nel caso di cui ci occupiamo, ma molti precedenti di “maestri spirituali” lo farebbero sospettare.

Mi auguro che Mauro Scardovelli rientri da questo che appare uno smisurato concetto della propria chiaroveggenza, e ritorni dalle alte sfere e dal mantra fuorviante e molto astratto dell’amore universale per tutti”.

Stando a questa brillante analisi, potremmo, dunque, essere in presenza di ciechi che guidano altri ciechi. Ma se un cieco guida un altro cieco, non cadranno tutti e due nella fossa? E, poi, chi rimarrà in piedi per combattere? Se i combattenti si alienano dalla battaglia, il Potere totalitario non può che crescere. Il disturbo da stress post-traumatico innescato dalla crisi infopandemica, seguendo la via dell’introspezione, potrebbe solo peggiorare. Il concentrarsi sul proprio sé, alienandosi dal mondo, non potrebbe forse attivare il meccanismo dell’evitamento, rendendo l’individuo incapace di fronteggiare le situazioni che lo angosciano?

GUARDARSI DENTRO RENDE CIECHI

Paul Watzlawick, psicologo e filosofo austriaco, nonché padre della pragmatica della comunicazione ed esponente di rilievo della Scuola di Palo Alto, scriveva che «guardarsi dentro, rende ciechi (Insight may cause blindness)».

Esaminiamo per prima cosa il concetto di introspezione o insight in senso classico. Per quanto le correnti classiche della psicoterapia differiscano e siano spesso tra loro in contraddizione, esse hanno una ipotesi in comune: che i problemi si possano risolvere soltanto scoprendone le cause. Questo dogma è fondato sulla credenza in una causalità lineare e unidirezionale, che scorre dal passato al presente, e che a sua volta genera l’apparentemente ovvia necessità di raggiungere un insight sulle cause prima che possa avvenire un cambiamento. Permettetemi di fare un’osservazione per certi versi eretica: né nella mia vita personale (a dispetto di tre anni e mezzo di analisi in formazione) né nella mia successiva attività di analista junghiano, né nelle vite dei miei pazienti mi sono mai imbattuto in questo magico effetto dell’insight.[1]

Per Watzlawick, l’insight non può essere una «precondizione antesignana al cambiamento» ma può solo «far seguito all’azione», cioè, alla terapia (breve).

A questo può seguire, anche se non necessariamente, l’insight, ma si tratterebbe di un insight che fa seguito all’azione, non di un insight quale precondizione antesignana del cambiamento, così come postulato dalle scuole classiche di psicoterapia. Per citare in proposito una frase del famoso biocibernetico Heinz von Foerster: «Se desideri vedere, impara ad agire» (1984).[2]

GUIDE CIECHE O GATEKEEPER?

Ritornando al nostro caso, non resta che domandarci se il “maestro” sia stato accecato sulla via dell’introspezione, diventando un cieco che trascina altri ciechi nella fossa, oppure se abbia cercato di perseguire altri scopi meno filosofici, legati alla «proposta della propria incongrua e velleitaria candidatura a Capo dello Stato, con relative paraphernalia estremamente concrete», usando le parole di Grimaldi. Che il nuovo progetto di Ancora Italia abbia bisogno di pagare il tributo a Caronte per passare dalla sponda associativa e culturale a quella dell’azione politica istituzionalizzata?

Non siamo in grado, ancora, di poter dare una risposta esaustiva e incontrovertibile. Guardando, però, alla Storia, come suggerisce Grimaldi, dopo l’inversione a U della Meloni – che si è bruciata senza neanche accorgersene – non resteremmo sorpresi più di tanto se un domani si venisse a sapere che qualcun altro ha condiviso lo stesso karma. Al tempo galantuomo l’ardua sentenza.

POST SCRIPTUM

Riporto, infine, un discorso tenuto da Scardovelli su Visione TV, in cui sembra scusarsi per l’errore commesso. Non si capisce, però, perché debba scusarsi tirando in ballo le responsabilità altrui (accusando, cioè, il team e la segreteria che non hanno imbastito alcuna dimostrazione filosofica sull’ultilità del green pass) e, soprattutto, scusarsi per non aver «riflettuto sul fatto che le persone e i nostri ascoltatori hanno una sensibilità che io non ho rispettato». Il problema, qui, non è aver imprecato o vilipeso qualcuno in un momento di rabbia ma, con piena coscienza e deliberato consenso (la filosofia non si improvvisa) aver riconosciuto regole anticostituzionali come legittime e aver istigato e/o moralmente obbligato a seguirle (cfr. etica dei principi e etica della responsabilità). È su questo punto che forse molte persone avrebbero voluto sentire le sue scuse. Se, ad esempio, un grande teologo come Benedetto XVI, dopo aver parlato per anni di Dio e del suo amore, dicesse: «Dio non esiste!», cercando di mostrare teologicamente la sua affermazione, e, poi, davanti al tumulto delle folle si scusasse, dicendo: «Mi scuso per aver turbato i vostri animi suscettibili! Non è colpa solo mia ma dei gestori della trattoria di Trastevere», sarebbe credibile? Chi lo prenderebbe (ancora) sul serio?

Giudichino i lettori con senso critico (non la persona ma l’azione in sé, sia chiaro!) se le parole che seguono esprimono una presa di responsabilità piena in grado di superare la crisi oppure se cercano goffamente di salvare il salvabile:

È stato un errore dovuto al fatto che ero concentrato su una cosa importante e non avevo riflettuto sul fatto che le persone e i nostri ascoltatori hanno una sensibilità che io non ho rispettato. Sicuramente c’è stato un errore da parte del nostro team e poi mica ho sbagliato io ma tutto l’insieme. A me era stato chiesto da parte della nostra segreteria di dire delle cose che dovevo dire perché a Sacrofano non si può entrare senza green pass, quindi le ho dette. Non pensavo assolutamente di … figurati, io legittimare il green pass …


[1] Watzlawick, P., Guardarsi dentro rende ciechi, Ponte alle Grazie, Milano, 2007, p. 337.

[2] Idem, p. 213.

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